Esplorazioni Digitali

Kidsbit è un festival interamente dedicato ai bambini del ventunesimo secolo e alle loro famiglie. Proiezioni, laboratori e seminari realizzati con tecnologie digitali e dislocati per la città.

La terza edizione 25-27 maggio 2018 ha superato le 2000 presenze. Parole chiave e aree tematiche d’azione: suona, costruisci, esplora, osserva, sogna, guarda e balla.
Il programma del festival è stato ricco di proposte. Le cicogne hanno volato sopra Officine Fratti catapultando dentro il nostro spazio una miriade di bambini, generazioni future con poteri digitali.

Il multimediale che avanza inesorabilmente e che consente di approcciarsi al mondo percorrendo esperienze interattive.

L’apprendimento del reale passa attraverso il fare: stimolare, perlustrare e giocare.  

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta”.
Haim G. Ginott

Lasciare il segno è l’obiettivo che ci prefissiamo. Rompere le righe, stupire e meravigliare. La scintilla è in tutto quello che non ci aspettiamo. I bambini, come carte assorbenti, immagazzinano esperienze che trattengono e all’occorrenza rilasciano. Crediamo che la costruzione del sé passi attraverso una moltitudine di occasioni, Kidsbit è una di queste.

Noi abbiamo trasformato in giochi interattivi i nostri progetti, raccontandoli da un ulteriore punto di vista.
Ester con INDOVINA INDOVINELLO ha proposto un rebus tramite Qr code, Lorenzo con GIOCA E PEDALA ha trasformato la sua bicicletta in un videogioco e nell’installazione COLLAGE LUMINOSI abbiamo creato delle forme da proiettare mescolando carte e stoffe, plasmando universi paralleli. 

Abbiamo inoltre ospitato incontri, laboratori di robotica, scintillanti set fotografici e navicelle spaziali. I bambini sono stati guidati nei giochi contemporanei ma lasciati liberi di frugare e sbalordirsi.

Kidsbit ha reso anche noi piccoli esploratori digitali.

 

Di Elisa Pietrelli

 


Ponti di opportunità

Le luci di Officine si accendono e si spengono e la porta è un imbuto di spifferi avventurosi.

Un succedersi di avvenimenti che ci spinge, giorno dopo giorno, a quantificare i passi percorsi. Mesi intensi frammentati tra progetti personali e progetti condivisi.

È accaduto di tutto e il tutto si manifesta con grande vivacità, spunti e riflessioni incominciano a essere un bagaglio ingombrante, ancora informe, ma così denso da incanalarci nel futuro.

 

Giovedì 15 marzo il workshop “Storie di Design” si è svolto all’insegna dell’artigianato di qualità. OspitiMarco Bettiol, autore del libro Raccontare il Made in Italy, e cinque eccellenze dell’artigianato italiano, Daniele Parasecolo, Blueside, Banderari, Black Dioniso e Virginia Severini. Determinazione, orgoglio, prodotti e sfide.

Le domeniche tra pioggia e spruzzi di sole sono state scandite da un groviglio di workshop organizzati da Week Hand negli spazi di Officine, i partecipanti guidati da mani esperte hanno realizzato saponi, borse, sculture in fili di ferro, tele e ricami. Manualità, passione, condivisione e partecipazione.

Durante l’International Journalism Festival, dall’11 al 15 aprile, la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia ha fatto capolinea a Officine con postazioni redazionali. Interviste, riprese e incontri.

Claudia è tornata nella sua isola, in Sicilia, e ha lasciato la sua postazione a Beste, che è diventata parte del gruppo. Beste Ural Oliva Fonteni ha 31 anni ed è turca. Lavora con la porcellana, con la scultura, con la materia, plasma verso la terza dimensione. Così lo spazio subirà una prima metamorfosi per accoglierla nel migliore dei modi.

La lavagna di Officine è diventata una Star. Venerdì 4 maggio, in occasione del festival di letteratura in lingua spagnola Encuentro, è salita sul palco del cinema Zenith, parte della scenografia dello spettacolo Quando la vita era piena di goal con Neri Marcorè e Fabio Stassi. Un monologo sul calcio, sulle partite mai giocate, sull’amore e sui trofei. La lavagna, arredo scolastico che ritorna costantemente in tutti i nostri locali, ci conduce a un volo pindarico: le sei lavagne di Beuys, custodite a Palazzo della Penna e realizzate il 3 aprile 1980, quando l’artista fu invitato a tenere una lezione a Perugia. Utopie raccontate tracciando segni bianchi su una superficie nera. Tutto ci trasporta verso celesti visioni, le connessioni sono pura energia.

Le consulenze singole e collettive con Andrea Fora, indispensabile formazione per focalizzarci e prendere sempre più coscienza dei nostri progetti, sono una costante di quest’ultimo periodo.

Venerdì 11 maggio abbiamo poi raggiunto Filippo Salvucci e Stefano Rossi a Foligno per visitare il Multiverso, situato in un grande palazzo nel centro della città, vicino agli Orti Orfini e delimitato da un piccolo fiumiciattolo; inizialmente l’edificio era un orfanotrofio, poi si è trasformato in un bordello, e oggi è uno spazio di coworking. Dal cortile del piano terra, gremito di margherite e rose, si aprono aree comuni e stanze su stanze adibite a luoghi di lavoro. Si susseguono scrivanie e sedie, attualmente 12 professionisti lavorano fianco a fianco ma in totale autonomia in campi diversi: grafica, start up, social media marketing…Siamo sempre più sbigottiti davanti alla tenacia che rende i sogni concreti.

Continuano gli appuntamenti da segnare in agenda, da definire e programmare. Non stiamo per niente fermi e anche quando sembra tutto tacere costruiamo ponti di opportunità.

Di Elisa Pietrelli

 


SPAZIOFF. Officine invasa da Foto

La prima volta che Efrem Raimondi è approdato a Officine ha scrutato lo spazio nei minimi dettagli cercando qua e là la collocazione giusta per le opere tra macchine da cucire, biciclette appese, scene del crimine, muri di pietra e piccole pareti bianche. Ne è nato un percorso espositivo che si disloca tra le nostre postazioni di lavoro.

Un allestimento iconografico di espressività e visioni femminili. Sensibilità ed emotività divergenti. Linguaggi diversi nei formati, nei colori e nei materiali utilizzati.

Efrem è un connubio di dirompenza e delicata cura.

Undici fotografe, uguali ma diverse. UNO SGUARDO FEMMINILE ALLA FOTOGRAFIA CONTEMPORANEA: l’esposizione curata da Raimondi è lo SPAZIOFF del Perugia Social Photo Fest 2018. Una fiumana di persone all’inaugurazione del 10 marzo e un flusso continuo nei giorni successivi.

Vi raccontiamo, a modo nostro, tutto quello che c’è, in un itinerario casuale tra piani, stanze e gradinate.

Paola Rossi /// L’INFINITO VIAGGIARE – “Non è un viaggio in particolare. È una storia fatta di luoghi”. Tagli di luci e simmetrie affiorano in camere di hotel, sale da pranzo e autogrill.
Cinzia Aze /// COLLAZE – Il formato polaroid diventa lo spazio dell’immaginario, ritagli di riviste, acrilico, puntine e brillantini compongono “nuove fintissime fotografie, nate senza l’ausilio della macchina fotografica”.
Dana de Luca /// LA PETITE MORT – Esplosione, forza vitale, malinconia e rilascio spirituale. Ci si interroga sull’istante successivo all’orgasmo. Cosa ne rimane immediatamente dopo?
Sophie–Anne Herin /// LA PLONGÈE – È un’immersione in se stessi e il ritorno in superficie, un viaggio che genera cambiamento. Una sagoma bianca irrompe nello spazio nero.
Benedetta Falugi /// DIARY (2009/2016) – “Un diario personale, scritto con immagini al posto delle parole”. Luoghi e persone si connettono agli stati d’animo.
Irene Maiellaro /// SENZA TITOLO – È un invito a muoverci: “Nello spazio di un click io mi muovo”. Un dinamismo mosso.
Laura Lomuscio /// SONO DOVE SOGNO – Sette ritratti femminili, occhi chiusi, mani tra i capelli, bocche serrate o occhi altrove. Il sogno: “Nulla che sia stato visto”.
Iara Di Stefano /// QUALCUNO UNA VOLTA MI HA RICORDATO – “Ha ricordato me. Ed anche qualcosa”. Scorci, dettagli, luci e ombre.
Lisa Ci /// MA DENTRO VOLIAMO VIA, 2016 – “Immagini in bianco e nero in cui l’identità fisica viene deformata dall’ombra”. Lo sguardo fisso di un enorme cavallo bianco.
Tiziana Nanni /// TENERE INSIEME LE COSE – “La memoria è un sentiero di briciole per ritornare dove si è già stati”. Continuità, sovrapposizioni e legami.
Elisa Biagi /// EMERSIONE, 2016 – Affacciarsi sulla soglia del limite e osservare lo stato delle cose. Guardare davanti a sé.

Le foto squarciano le pareti di Officine Fratti, offrendo continue finestre sul mondo.

Oltre alla mostra, abbiamo ospitato a Officine Fratti uno degli appuntamenti del festival, il workshop “Il collage tra arte e psicologia” con Francesca Belgiojoso. Un’intera giornata all’insegna del collage, frammenti di carta ovunque e connessioni esplosive.
Il PSPF ha riempito meravigliosamente il mese di marzo, come fresca aria di primavera.
Grazie al direttore artistico, Antonello Turchetti, che ha portato il festival fino a noi.

Di Elisa Pietrelli


Ogni idea ha in sé la potenza delle idee

Prima di tutto? Il terrore.
Capire chi siamo e cosa vogliamo, ponendoci coraggiosamente a nudo.

Trovare l’IDEA.
Riflettere.
Pensare.
Studiare.
Produrre.
Cambiare.
Aggiustare.
Comporre.
Narrare.
Ribaltare i paradigmi
e difendere le scelte prima ancora di venderle.

Ma cos’è uno showroom? Una sala d'esposizione e di vendita.
Uno spazio fisico o virtuale, un contenitore che mette in mostra rinnovandosi continuamente.

Il workshop è iniziato con un condensato di format inediti sulle strategie di mercato. Una narrazione fatta d’immagini, una carrellata di luoghi pensati e trasformati come attrattori culturali. Vivacizzare, sedurre, invogliare, provocare, lasciare il segno, senza inibizione e con una limpida temerarietà. Marco Sammicheli ci ha presentato degli showroom audaci, visioni che innescano cultura modellate da dinamiche contemporanee. Ricerche raffinate che producono stupore. Tutto, ma proprio tutto, può rivelarsi un’occasione di scambio e incontro. Dobbiamo affinare il talento e farci notare, rompere gli schemi su cui siamo adagiati, collaborare con le realtà a noi affini come presenze prepotenti e uscire dalla comfort zone.

Poi ho avuto un flash: “Prada Marfa” è uno showroom di Prada nel deserto del Texas, un’opera d’arte di Elmegreen e Dragset, realizzata nel 2005. Una vetrina nel bel mezzo del nulla, diventata meta di un turismo alternativo.

I luoghi in cui le cose avvengono possono mostrarsi accoglienti o tintinnare di timidezza, possono essere isolati, acerbi o connessi in modo stupefacente. In tutti i casi, se il progetto è trionfante non sarà destinato all’anonimato e all’oblio.

Marco Williams Fagioli ci suggerisce la parola “palinsesto” come chiave di accesso per animare gli spazi di Officine Fratti, incitare circuiti di iniziative come vetrine di comunicazione. Non siamo gli unici a fare quello che facciamo, la differenza è nell’ostinazione a posizionarci con una spiccata individualità.

Abbiamo scambiato opinioni, idee e pareri, tra vissuti personali e collettivi: passato, presente e futuro, professione, costanza, creatività e vita. Abbiamo parlato dei progetti, delle difficoltà e delle immense possibilità. Ogni idea ha in sé la potenza delle idee, quello che fa la differenza è il cuore.

Sammicheli e Fagioli ci hanno punto come le zanzare d’estate in pieno inverno, turbolenze e animi irrequieti. Siamo stati rapiti e scossi, non potevamo chiedere di più.

Di Elisa Pietrelli


Officine Fratti Opening

15 e 16 DICEMBRE | OFFICINE FRATTI OPENING

Venerdì 15 e Sabato 16 Dicembre vi aspettano due giorni di grande festa in cui scoprire il nuovo volto di Officine Fratti!

Quanti trucioli di legno voleti nell'aria, quante viti girate, quanti kg di colla e vernice abbiamo spennellato da Luglio scorso? Quanti pomeriggi tra business model canvas e bilanci previsionali? Quanti dubbi, pensieri, esitazioni? E poi invece quante soddisfazioni, scoperte, risate, quante cene in comitiva e pranzi arrangiati in falegnameria?

Nelle giornate di Venerdì 15 e Sabato 16 Dicembre saremo orgogliosi di mostrarvi il risultato di tutto questo, accogliendovi nel nostro nuovo spazio, guidandovi tra le nostre 8 idee che cominciano a diventare impresa. 

 

Officine Fratti Opening - Programma

Ven 15

Ore 11.00 - Inaugurazione

Dalle 11.00 alle 19.00 spazio aperto con workshop e visite

 

Sab 16

Dalle 18:00 alle 23:00 spazio aperto con workshop, visite e PARTY!

 

Dal 17 al 23 Dicembre

Spazio aperto, tutti i giorni dalle 14.00 alle 18.00

 

Vi aspettiamo! 

 


La lingua del design – Yvonne Bindi

A Perugia ha studiato, a Perugia ha a lungo vissuto e lavorato. “E molto di quello che ho scritto in questo libro si è in qualche maniera nutrito di Perugia e dei miei anni qui. Dal contributo di docenti conosciuti vent’anni fa agli esempi pratici. In questa città ho costruito una piccola rete in cui ora sono ricaduta”. Lei si chiama Yvonne Bindi, ed è un architetto dell’informazione. Il libro si intitola Language Design (Apogeo), ed è una piccola miniera di spunti di riflessione e suggerimenti buoni per chiunque si ponga il problema di comunicare con gli altri nel mondo del lavoro. E quindi, a ben vedere, pressoché per tutti.

“Col mio lavoro di consulente e formatrice ho rapporti soprattutto con aziende. Mi occupo prevalentemente di segnaletica, menù, etichette. Ma qualche ragionamento lo dedico anche ai paradossi del burocratese”.

A Officine Fratti in effetti ci poniamo il problema di come spiegare alla cittadinanza cosa sta accadendo e cosa accadrà tra queste mura nei prossimi mesi. La scommessa è raccontare l’innovazione come qualcosa di comprensibile e accessibile a tutti, e naturalmente perché questa scommessa sia vinta è necessario servirsi del linguaggio giusto.

Quando ci si rivolge a un pubblico potenzialmente indistinto la parola d’ordine, secondo Yvonne, è semplicità. “Se si può usare una sola parola per esprimere un concetto, benissimo. È il caso di evitare perifrasi gratuite, periodi troppo lunghi, incisi, parentesi, acronimi. Bisogna andare dritti al punto”. Senza snaturare il messaggio, va da sé. E in questo bisogna essere bravi, perché il rischio di ridurre i contenuti ai minimi termini, banalizzandoli, è sempre dietro l’angolo. “Certo. Dobbiamo intendere la semplicità come gestione della complessità. Le cose complesse piacciono a tutti, gli esseri umani sono complessi. Ma la complessità si può spacchettare: un menù organizzato in maniera chiara e in base a molteplici categorie di cibi e clienti, per esempio, può essere anche di cinque pagine o più”. Fondamentale, per chi scrive o parla, è dare l’impressione di possedere risorse molto più consistenti di quelle espresse esplicitamente. Insomma, di saperne molto di più rispetto a quanto scrive o dice in un determinato momento.

Tornando all’idea di semplicità, ben venga qualche parola in inglese o qualche riferimento apparentemente troppo “pop”, se serve per farsi capire. “La lingua è dei parlanti, a volte ce lo dimentichiamo perché la percepiamo in forma normativa, magari per il portato della scuola, della grammatica. Le parole viaggiano nel tempo e nello spazio in base agli interessi e alle contaminazioni. Io sono convinta che le barriere linguistiche siano terribili, come tutte le barriere”.

L’importante è capirsi, insomma. “Sì. A seconda del contesto, a seconda di chi è il tuo interlocutore, è legittimo usare termini di ogni tipo”.

L’importante, quando si tratta di comunicare, è rispettare dei principi interni al proprio discorso: coerenza, correlazione, coesione. “Qualsiasi informazione, inserita in un sistema di relazioni e di riferimenti, acquista valore. Come i link accanto a un articolo che sto leggendo on-line”. E il web è senz’altro la nuova frontiera della comunicazione. “Avete presente Google? Perché ha avuto questo successo formidabile? Per la semplicità dell’interfaccia. Un grande vuoto con due pulsanti che peraltro quasi nessuno usa. Eppure dietro c’è tutto. Rispetto ai vecchi motori di ricerca, da Yahoo in là, che erano pieni di parole e opzioni, Google ha saputo vendere l’idea di saper fare meglio di tutti una sola semplice cosa, quella di aiutarci a cercare e trovare ciò di cui abbiamo bisogno”.

E in un mondo, virtuale o reale che sia, pieno di informazioni, l’utilità di una disciplina come l’architettura dell’informazione è indubbia: “A volte queste informazioni sono troppe, a volte poche. Fondamentale è mettere ordine per renderle trovabili, ritrovabili e utilizzabili. E visto che queste informazioni ci vengono fornite soprattutto attraverso le parole il punto di partenza è sempre scrivere e parlare nella maniera più chiara e facile possibile”.


Officine Fratti e l’innovazione di processo – Natale Romano

Innovazione di processo. Il concetto chiave intorno a cui dovrà ruotare l’esperienza di Officine Fratti, dice Natale Romano, è questo. Crotonese venuto a Perugia a studiare poco più di una decina d’anni fa, battitore libero nel nebuloso mondo della consulenza sul marketing, Romano è uno dei membri della commissione che ha scelto gli otto borsisti tra le oltre sessanta domande di partecipazione al bando. Giovane, competente, rigoroso, pragmatico, un vocabolario smart, una visione limpida e convincente.

“I candidati che si sono presentati alle selezioni avevano per lo più le idee chiare su come realizzare i propri prodotti. Avevano talento e preparazione. Quello che gli mancava, tendenzialmente, era la capacità di mettere a frutto la loro produzione, di comunicarla e commercializzarla”, spiega. Quanto al bando, “chi lo ha scritto è stato bravissimo, perché abbiamo ricevuto solo proposte coerenti con lo spirito di Officine Fratti. Nessun volo pindarico. C’è stata una certa omogeneità: artigianato di qualità, originale, appetibile”.

Uno degli elementi cruciali in gioco, a sua detta, ha a che fare col contesto in cui si inscrive lo spazio: “Il centro storico è il depositario di una tradizione artigiana secolare, e allo stesso tempo può essere la rampa di lancio per raggiungere mercati nazionali e internazionali”.

Già, i mercati. Risulta chiaro anche dalle nostre interviste: a fronte della creatività e del coraggio di chi porta avanti una start-up spesso manca lo slancio giusto per arrivare a rendere la propria attività pienamente sostenibile. O quanto meno a sfruttarne fino in fondo il potenziale economico. Ecco l’innovazione di processo, quindi. “È questo che dovrà offrigli Officine Fratti. Chiaramente non potrà trattarsi di innovazione di prodotto, questa non sarà mai la Silicon Valley. Ma nel tempo gli otto prescelti dovranno essere aiutati a sviluppare il loro brand, a individuare il loro target, a vendere nel migliore dei modi e nei migliori spazi fisici e virtuali possibili”.

Di più. “Officine Fratti dovrebbe svolgere questo ruolo anche per soggetti esterni. Ognuna di queste otto persone dovrà portare all’interno un network, questi spazi dovranno essere popolati da molta gente”. La qualità dei progetti, a suo avviso, è stata sorprendente. “Soprattutto quelli degli over 23, tra cui sono figurati anche ragazzi di fuori. L’esperienza d’altronde aiuta a strutturarsi di più, a sbagliare di meno. Ma in generale in Umbria, oggi, ci sono molte possibili start-up di successo”. La sostenibilità, in effetti, è la discriminante per eccellenza, in questi casi. “Quando si tratta di valutare chi merita di andare avanti non se ne può prescindere. Alcune idee possono sembrare intriganti, ma se poi non ci sono i margini per farle fruttare forse è meglio fermarsi. Purtroppo”.

Sarebbe bello poter dare un po’ di corda anche a certi giovani imprenditori visionari, però. “Certo. Ma questo è un difetto del capitalismo italiano. Da noi un venture capitalism manca quasi del tutto. Mancano imprenditori che investano su dieci progetti coraggiosi con l’idea di avere ritorni vantaggiosi anche solo da uno di loro. Da poco ci stanno lavorando i Moratti a Milano, poi altri grandi esempi non ne vedo”. Potrebbe farlo lo Stato? “Secondo me no. Allo Stato spetta semmai la ricerca pura, in ambito accademico. Chi può e secondo me deve scommettere sull’innovazione imprenditoriale è proprio la grande impresa”.

Di sicuro un posto come Officine Fratti potrà tornare molto utile anche alle imprese stesse. “Sì, si potrà a ragione parlare di formazione bidirezionale. Da una parte chi presenta un progetto innovativo avrà l’occasione di acquisire competenze e godere del supporto di una rete di servizi, dall’altra saranno le idee dei borsisti a risultare preziose per le imprese già solide con cui si relazioneranno. A volte i saperi prorompenti riescono a modificare anche i processi di produzione delle grandi industrie”.


E' la stampa, bellezza. Le Officine incontrano gli operatori del settore

Puntuali come orologi svizzeri per l’ora del tè. Inizia tutto con l’attesa davanti al portone di via Fratti, che poi, a pensarci bene, è lì che si celano tutte le possibilità. In uno dei primi veri giorni d'autunno abbiamo invitato nel cantiere di Officine Fratti Federica Cesarini, Filippo Costantini e Gloria Chiocci. Tutti e tre trasmettono informazione attraverso le parole, si occupano di comunicazione.

Oggi la comunicazione è un flusso ininterrotto di vocaboli che fa da sottofondo alle nostre vite, che sia cartacea o digitale passa attraverso canali imprevedibili, fatti di relazioni, di manifesti pubblicitari, di volantini, di post sui social, di servizi televisivi e radiofonici, di contatti, di persone che aggiungono annunci su annunci. Tutti sembrano avere qualcosa da comunicare, ma, nel mare di notizie, come emergere? Quali sono le dinamiche di comunicazione? Come funziona un ufficio stampa?

In una tavola rotonda, dall’aspetto rettangolare, sistemata al centro della stanza, abbiamo aperto le danze sul tema della comunicazione, dopo una prima presentazione dello spazio, di noi, dei nostri progetti e del percorso di rigenerazione che a piccoli passi stiamo percorrendo.

Federica Cesarini si occupa dell’ufficio stampa di manifestazioni culturali e spettacoli, dal 2010 cura l’ufficio stampa del Festival Internazionale del Giornalismo che si tiene ogni anno a Perugia, tra le varie mansioni elabora comunicati stampa, organizza le interviste e contatta i giornalisti. Ci confida che il suo è stato un inizio casuale, ma ha ben chiara la definizione di ufficio stampa: per lei, serve a comunicare l’impresa e deve mantenere vivo il progetto con notizie e spunti. Per realizzare una comunicazione efficace, ci racconta, la prima azione da compiere è la raccolta delle informazioni relative al progetto. Redatto il comunicato stampa si procede poi con la conferenza stampa, dove sono invitate tutte le persone interessate al progetto, i referenti del settore e i giornalisti, per questo è essenziale costruire rapporti diretti, un invito a tappetto utilizzando mezzi formali e informali. Federica afferma: “C’è qualcosa che accade in modo inaspettato, non c’è garanzia sul successo dell’informazione, non è detta che un comunicato venga sempre pubblicato, non c’è una regola, dipende da diversi fattori”. E la sfida è proprio questa.

Filippo Costantini nel 2010 fonda insieme a Giorgio Vicario Mg2, uno studio specializzato nei servizi di ufficio stampa e social web communication. Emergono nel suo parlare pillole di consigli, che abbiamo saggiamente appuntato nei nostri quaderni. Non promuovere progetti in cui non si crede, avere l’onestà intellettuale di raccontare quello che ci piace, trovare il modo giusto di coinvolgere e interessare, parlare di un particolare se lo riteniamo più efficace per promuovere l’intero progetto, stare nei tempi, capire cosa può funzionare in quel momento, divulgare notizie nuove nel momento giusto! Esseri flessibili nella comunicazione del progetto, mettere in discussione quello che si vuole comunicare per trovare la chiave giusta ponendo l’attenzione su prospettive differenti. La comunicazione passa da diversi canali: internet, stampa, tv, tutti danno visibilità ma se vogliamo comunicare e vendere, prima di tutto, dobbiamo parlare degli aspetti meno commerciali, coinvolgere il lettore ponendo l’attenzione sugli aspetti sociali e culturali del prodotto.

Gloria Chiocci, blogger del Sole 24 ore, vive tra l’Italia e la Spagna, si occupa di giovani e innovazione. Si presenta così: “Non tutto fa storia, non tutte le storie sono buone e valide, io scrivo solo quello che ritengo meriti di essere diffuso. Il compito del blogger è quello di scovare storie da raccontare”. Si sofferma sull’importanza del linguaggio che cambia in relazione al tipo di interlocutore, di comunicare a tutti in modo calibrato, semplice e chiaro. Il suo è un linguaggio mirato ai giovani, utilizza parole chiave, testi brevi e immagini. Ci invita a raccontarci e a raccontare il processo di rigenerazione, siamo per lei otto possibili storie da narrare.

Dopo la carta stampata e il web, abbiamo riflettuto sull’importanza della televisione perché le immagini raccontano e trasmettono messaggi in un modo più rapido delle parole. Dall’incontro emerge e accomuna tutti l’idea che Officine Fratti è una storia dalle mille sfaccettature, può potenzialmente inserirsi in diversi contesti di comunicazione, giornali, riviste, tv. Si può raccontare il percorso di rigenerazione in un articolo, in un’altra testata si può porre l’accento sulle singole imprese e in un’altra ancora focalizzarsi sulle otto identità. Federica, Filippo e Gloria ci consigliano di puntare in maniera mirata ai giusti contenitori. Di concentrarci su riviste specializzate per i singoli progetti perché il destinatario cambia, cambia il tipo di comunicazione. È difficile trovare i contatti ma bisogna osare per promuovere se stessi. Solo alla fine, abbiamo bevuto il tè.

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di Elisa Pietrelli, Giulio Rosi e Lorenzo Curti


Babysitting collettivo, in centro – Eleonora Negozio

Eleonora Negozio ha una formazione da psicologa, è un pubblico ufficiale nelle vesti di guardia zoofila, ha fondato insieme al marito una onlus chiamata Solidarietà Trasparente che vuole aiutare i cittadini senza tutela, appartenenti a fasce deboli, a vivere in maniera dignitosa.

Quando diventa mamma, e nello specifico, sottolinea lei, una “mamma moderna” piena di impegni ma che vuole anche i suoi spazi di libertà, sente l'esigenza di un servizio di supporto ai genitori. Nel panorama delle offerte di babysitting e spazi ludici per bambini e famiglie, Eleonora non trova quello che cerca. Soprattutto nella realtà del centro storico di Perugia. Da qui l'idea di rendere concreta e fruibile a tutti gli altri genitori la possibilità di avere un sostegno nella gestione quotidiana dei bambini, anche last minute e temporaneo, sotto forma di associazione culturale senza scopo di lucro. Eleonora è la presidente e organizza e gestisce la parte delle relazioni; i bambini sono affidati a delle educatrici professionali.

L’associazione si chiama Prezzemolo, e si trova in via della Stella, a pochi passi da Officine Fratti. È un vero e proprio “salva genitori”: accoglie i bambini di ogni età in qualsiasi momento della giornata e della sera, e per il tempo necessario. Nulla di standardizzato quindi, ma una offerta precisa, tagliata sulle richieste della famiglia, grazie anche alle convenzioni con ristoranti e bar.

“Attenzione, però, Prezzemolo non è solo un contenitore per bambini”, precisa Eleonora. “È uno spazio in cui stimoliamo le loro capacità, riscoprendo i giochi di una volta, proponendo percorsi d'arte, sviluppando la manualità, in un momento storico in cui invece sono il mondo virtuale e tecnologico a farla da padrone”.

A Prezzemolo è anche possibile riscoprire la bellezza e il valore del rapporto dei bambini con gli animali, l'altra grande passione di Eleonora. “È un aspetto che diventa anche educativo. Da noi bambini e cani interagiscono con naturalezza. Vediamo bambini, anche con difficoltà di relazione, aprirsi e responsabilizzarsi magari nel momento in cui devono fare la passeggiata con il cagnolino”.

L'offerta di Prezzemolo si rivolge a tutte le fasce di età e ha orari flessibili. È attivo un nido familiare che può ospitare fino a dieci neonati ma anche un aiuto compiti per chi frequenta elementari e medie. Un aspetto critico è stata la scelta del luogo, che tradizionalmente, secondo Eleonora, è associato alla difficoltà e scomodità del parcheggio. La volontà di aprire il servizio in pieno centro storico è stata perseguita però con determinazione: “Mi piaceva l'idea di valorizzare il centro e di farlo riscoprire ai bambini, insieme alla sua storia e ai suoi monumenti. Io in centro ci vivo, e ho scommesso sulla sua rivitalizzazione. A un anno dall'apertura dell'attività abbiamo circa cinquanta famiglie. Il ritorno di tutto questo è altamente gratificante a livello relazionale. Ho stretto rapporti con le altre mamme, facciamo rete con le altre associazioni e partecipiamo a vari eventi”. Eleonora si sente profondamente parte del centro storico, è una residente soddisfatta e integrata. Prezzemolo si nutre quindi di linfa vitale da questo punto di vista, e produce comunità.

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Cinema, idee e coraggio. Le Officine incontrano il PostModernissimo

Perugia, mercoledì 11 ottobre 2017, ore 11 a.m. Entrare in un cinema di mattina è una di quelle sensazioni che non capita spesso di provare, si respira un'atmosfera che ci riporta ai tempi della scuola. Nel foyer del PostModernissimo ci siamo noi di Officine Fratti, giunti qui per conoscere meglio il caso di questo cinema riaperto nel cuore del centro storico di Perugia. Ad accoglierci sono due dei soci, Ivan Frenguelli e Giacomo Caldarelli. All'incontro partecipano anche il responsabile regionale di Legacoop Umbria Andrea Bernardoni e Daniele Pampanelli, disegnatore e art director dell’agenzia di comunicazione perugina Archi's.
Dopo una nostra breve presentazione del progetto di Officine Fratti e dei singoli partecipanti, Caldarelli prende la parola passando al racconto della storia del PostMod.

Tutto nasce da tre amici con la comune passione per il cinema, una precedente esperienza lavorativa al cinema Zenith e la voglia di creare una nuova sala a Perugia che sia non solo un cinema ma anche “un progetto di comunità, una piazza dove incontrarsi”, partendo da uno studio approfondito delle esperienze analoghe in Europa.
Durante la ricerca del luogo giusto per realizzare il loro sogno si imbattono nei locali inutilizzati del vecchio cinema Modernissimo, chiuso dal 2000, che, per la sua epoca, aveva portato cultura e innovazione nell'intrattenimento cinematografico a Perugia.

Il progetto comincia a prendere forma anche grazie all'incontro con il direttore di Banca Etica e con Andrea Bernardoni; parlando con lui sviluppano un'idea di società, ragionano su business plan e fondi comunitari e in seguito costituiscono un'impresa sociale cooperativa. Partendo da un capitale iniziale molto basso, allo scopo di poter richiedere alcuni finanziamenti, decidono di raccogliere dei fondi tramite l'organizzazione di un crowdfunding sui generis. Non volendo appoggiarsi alle tradizionali piattaforme online utilizzate per questo tipo di raccolta fondi, scelgono di puntare su un approccio diretto e più coinvolgente nei confronti della comunità; aprono quindi un piccolo ufficio su strada nei locali del cinema e lì ricevono tutte le offerte dei futuri soci sostenitori e li accolgono presentando loro il progetto e accompagnandoli nella visita di quello che sarà il cinema per i successivi cinque mesi, cioè la durata dei lavori.

La notizia positiva, come ci racconta Caldarelli, è che “la città ha risposto”.
Infatti in questo modo si è creato una sorta di azionariato diffuso, ottenendo, oltre al raggiungimento della somma necessaria, altri vantaggi. Da una parte la fidelizzazione dei sostenitori nella fase iniziale e il loro coinvolgimento in una forma giuridica con un profilo meno autoreferenziale (tutti i soci devono essere sempre invitati alle assemblee periodiche) e più trasparente, con una finalità collettiva. Dall'altra le quote versate dai soci sostenitori sono andate ad accrescere il capitale sociale, con un effetto moltiplicatore per i prestiti ricevuti dagli istituti di credito.

Il PostModernissimo ha quindi adottato una campagna di comunicazione non convenzionale, che è riuscita a diventare virale e ad arrivare a quanta più gente possibile puntando sull'intento, dal forte valore emotivo, di ridare vita a un cinema che in passato era stato un punto di riferimento per la città. Fondamentali a tal riguardo, sono stati i contributi di Daniele Pampanelli (graphic designer), Matteo Boschi (sviluppatore di siti), Michele Bellucci (ufficio stampa), Laura Fiorucci (marketing territoriale) e del quarto socio fondatore, la “bestia da social” Andrea Frenguelli.

 

I quattro amici riescono così a realizzare il loro sogno: aprire il primo cinema partecipato di Perugia e anche uno dei primi d'Italia, una sala in centro che non è solo un cinema ma un punto di riferimento per la vita culturale della città. I ragazzi – tutti tra i 32 e i 36 anni - sono riusciti a creare un nuovo bisogno, quello di muoversi per andare al cinema non soltanto allo scopo di vedere un film, ma anche solo per fare due chiacchiere: un cinema per giovani gestito da giovani. L'incontro è stato molto stimolante e interessante, tutti gli attori intervenuti ci hanno offerto i loro consigli e illustrato la loro visione, per noi inedita, di Officine Fratti, spingendoci a chiarire quali sono i nostri bisogni e obiettivi e fare in modo che OF non sia solo un contenitore di otto imprese diverse, ma esso stesso un luogo significativo e partecipato per la nostra comunità.

di Elisa Fiandrini e Claudia La Grassa