Ponti di opportunità

Le luci di Officine si accendono e si spengono e la porta è un imbuto di spifferi avventurosi.

Un succedersi di avvenimenti che ci spinge, giorno dopo giorno, a quantificare i passi percorsi. Mesi intensi frammentati tra progetti personali e progetti condivisi.

È accaduto di tutto e il tutto si manifesta con grande vivacità, spunti e riflessioni incominciano a essere un bagaglio ingombrante, ancora informe, ma così denso da incanalarci nel futuro.

 

Giovedì 15 marzo il workshop “Storie di Design” si è svolto all’insegna dell’artigianato di qualità. OspitiMarco Bettiol, autore del libro Raccontare il Made in Italy, e cinque eccellenze dell’artigianato italiano, Daniele Parasecolo, Blueside, Banderari, Black Dioniso e Virginia Severini. Determinazione, orgoglio, prodotti e sfide.

Le domeniche tra pioggia e spruzzi di sole sono state scandite da un groviglio di workshop organizzati da Week Hand negli spazi di Officine, i partecipanti guidati da mani esperte hanno realizzato saponi, borse, sculture in fili di ferro, tele e ricami. Manualità, passione, condivisione e partecipazione.

Durante l’International Journalism Festival, dall’11 al 15 aprile, la Scuola di Giornalismo Radiotelevisivo di Perugia ha fatto capolinea a Officine con postazioni redazionali. Interviste, riprese e incontri.

Claudia è tornata nella sua isola, in Sicilia, e ha lasciato la sua postazione a Beste, che è diventata parte del gruppo. Beste Ural Oliva Fonteni ha 31 anni ed è turca. Lavora con la porcellana, con la scultura, con la materia, plasma verso la terza dimensione. Così lo spazio subirà una prima metamorfosi per accoglierla nel migliore dei modi.

La lavagna di Officine è diventata una Star. Venerdì 4 maggio, in occasione del festival di letteratura in lingua spagnola Encuentro, è salita sul palco del cinema Zenith, parte della scenografia dello spettacolo Quando la vita era piena di goal con Neri Marcorè e Fabio Stassi. Un monologo sul calcio, sulle partite mai giocate, sull’amore e sui trofei. La lavagna, arredo scolastico che ritorna costantemente in tutti i nostri locali, ci conduce a un volo pindarico: le sei lavagne di Beuys, custodite a Palazzo della Penna e realizzate il 3 aprile 1980, quando l’artista fu invitato a tenere una lezione a Perugia. Utopie raccontate tracciando segni bianchi su una superficie nera. Tutto ci trasporta verso celesti visioni, le connessioni sono pura energia.

Le consulenze singole e collettive con Andrea Fora, indispensabile formazione per focalizzarci e prendere sempre più coscienza dei nostri progetti, sono una costante di quest’ultimo periodo.

Venerdì 11 maggio abbiamo poi raggiunto Filippo Salvucci e Stefano Rossi a Foligno per visitare il Multiverso, situato in un grande palazzo nel centro della città, vicino agli Orti Orfini e delimitato da un piccolo fiumiciattolo; inizialmente l’edificio era un orfanotrofio, poi si è trasformato in un bordello, e oggi è uno spazio di coworking. Dal cortile del piano terra, gremito di margherite e rose, si aprono aree comuni e stanze su stanze adibite a luoghi di lavoro. Si susseguono scrivanie e sedie, attualmente 12 professionisti lavorano fianco a fianco ma in totale autonomia in campi diversi: grafica, start up, social media marketing…Siamo sempre più sbigottiti davanti alla tenacia che rende i sogni concreti.

Continuano gli appuntamenti da segnare in agenda, da definire e programmare. Non stiamo per niente fermi e anche quando sembra tutto tacere costruiamo ponti di opportunità.

Di Elisa Pietrelli

 


Disegnare Officine Fratti. La sfida della contemporaneità

Officine Fratti è un contenitore che può essere letto sotto molti aspetti. Uno di questi è stato il processo di autocostruzione. Un’esperienza inedita per Perugia, partita dall’obiettivo comune di sviluppare un attrattore professionale e culturale per noi e per la città. L’evoluzione dello spazio interno ha seguito i nostri bisogni: è stato immaginato sin da subito in maniera inclusiva verso la città, capace di ospitare eventi e stimolare relazioni.

L’intervento sul costruito è sempre complesso, il mio lavoro è stato guidato dalla volontà di conferire un linguaggio contemporaneo agli interni, confrontandomi con i vincoli storici e di budget, accettando la sfida della partecipazione.
In questi mesi ho potuto osservare la diversità nell’approccio alla progettazione, nell’affrontare e risolvere problemi, e soprattutto nella determinazione che ha animato gli altri sette inquilini di via Fratti.

 

Il risultato è uno spazio plasmato come da otto campi gravitazionali, diversi per intensità e carattere.

Quello che ho cercato di fare è ricucirli e legarli tra loro con un linguaggio riconoscibile.
Il luogo che ci accoglie ha attraversato diverse epoche storiche, riuscendo sempre a trasformarsi e adattarsi ai nuovi usi che la modernità proponeva, per ultimo quello di mensa comunale. Il mio ruolo è stato quello di disegnare con la matita Officine Fratti, un processo partito dalla ricerca di una qualità alta dell’abitare, una maniera di procedere in linea con lo spirito di Officine, costruendo materialmente il plastico di studio, iniziando a lavorare insieme agli altri, mettendo a sistema le nostre competenze. Plastico in legno, metallo e canapa. Modello in scala in parte lavorato a mano, in parte stampato in 3D, primo manufatto prodotto in Officine.

Entrando dalla corte interna il colpo d’occhio è evidente, gli spazi si configurano lungo una direttrice che collega fisicamente tutte le sale, e dal centro di ogni stanza si può osservare il lavoro e il saper fare degli altri.
Proprio come un grande tangram, il progetto degli allestimenti ha forma modulare. I nuovi elementi che occupano lo spazio sono stati progettati in sezioni scomponibili, al fine di spronare gli utenti, noi come gli ospiti, a perturbare la struttura spontaneamente.
Esemplare è la possibilità di interagire liberamente con la gradonata in legno che diventa seduta per esterni, un palco che si fa passerella o sedute per bambini.

È proprio nell’interazione delle persone con quello che ho disegnato che trovo la soddisfazione più grande. Il plastico è un catalizzatore perfetto.

Durante gli eventi pubblici è stato bello vedere bambini e adulti che lo guardano, lo studiano e capiscono l’orientamento, ne smontano e rimontano i pezzi per capire il luogo, si aprono, sono spinti a fare domande e a interagire. Il progetto diventa così produttore di conoscenza.

I materiali e le forme sotto la luce si confrontano tra loro creando dei piccoli cortocircuiti. Contrasti dati dalle nuove forme stereometriche che dialogano con i morfemi classici dell’architettura seicentesca, i volumi puri e netti delle gradonate in legno che si incastrano perfettamente tra le bianche lesene dell’atrio.
Le volte a lunetta e a crociera accolgono sotto di loro vecchi mobili scolastici rigenerati e cablati, pronti per accogliere le sapienze artigiane. L’atto del fare con le mani convive con la competenza digitale che ci caratterizza.
Officine Fratti è ancora un cantiere aperto, un intervento che vuole avere una visione non anacronistica nei confronti della storia, ma che ha l’ambizione, nelle idee e nel processo, di proporre un punto di vista nuovo sull’abitare e sul lavorare insieme.

Di Giulio Rosi


Percorso itinerante lungo via dei Priori. Le Officine incontrano gli artigiani

Le nostre agende in questi mesi sono piene di impegni e i giorni si susseguono con un ritmo incalzante fatto di formazione, falegnameria e riunioni. Così abbiamo deciso di fare una “gita fuori porta”. Non siamo andati molto lontano ma la bellezza è proprio dietro l’angolo.
Mercoledì 22 Novembre, ore 10, appuntamento alle scale mobili del Pellini. Questa volta siamo fuori da Officine Fratti e immersi nel centro della città. Via dei Priori è ripida da togliere il fiato ma custodisce piccole botteghe di artigiani con mani sapienti e animo nobile, per conoscerli e farci conoscere abbiamo gironzolato in su, in giù e a zig zag.

Prima Bottega che invadiamo è al civico n. 74 – Airee Design&Co
Ci accoglie Irene circondata da paralumi, merletti, pietre, cristalli, nastri, orecchini e gioielli. Il suo è un immaginario romantico che ti avvolge al profumo di cannella, ci racconta che non c’è niente di più bello che creare con le proprie mani, l’unico nemico è il tempo che richiede sempre più tempo e toglie tempo.

Seconda Bottega dove entriamo è al civico n. 1 - Anna Barola Italian Jewels
È uno spazio piccolo all’interno dell’arco di San Pietro come sono piccolissime le Fuseruole che Anna utilizza per creare “gioielli d’artista”. La Fuseruola o Fusaiola è di forma sferica e forata nel mezzo, viene realizzata in argilla ed è riccamente decorata a mano. Le perline di maiolica sono pegni d’amore che si trasformano in bijoux.

Terza Bottega dove soggiorniamo è in via Deliziosa – Associazione Apri la Porta
È una vecchia falegnameria rimessa in funzione dove si tramandano i vecchi mestieri. Il pavimento è costellato da polvere di legno e una moltitudine di attrezzi tappezza le pareti. Disegni, morsetti e scalpelli sono disposti con precisione nello spazio ma troneggia tra tutti una macchina da sega del 1903. È un luogo fuori dal tempo.

Quarta Bottega dove dimoriamo è al civico n. 49 – De Sanctis Boutique Sartoria
Si respira un forte legame famigliare che ci conquista e pervade. “Mamma e papà sono macchine da cucire”, afferma Daniela. In questa bottega i capi da uomo subiscono cambiamenti vorticosi, sono creati o riadattati per esaudire ogni singola esigenza. Con trenta ore di lavoro, conoscenze tecniche e manualità… nasce una giacca.

Quinta Bottega dove approdiamo è al civico n. 51 – AleDoro Design
Alessandro e Dorotea progettano e realizzano a 4 mani: mobili, complementi di arredo e arazzi.
Sotto il tavolo da lavoro e in tutto lo spazio si depositano e accumulano pezzi di legno uno differente dall’altro, nell’atto creativo tutto è assemblato in modo impetuoso e vitale, i frammenti di legno acquistano nuova vita.

Sesto spazio che occupiamo è al civico n.28 – 18mq
È uno spazio espositivo, Pietro è un artista, un “catalizzatore di sinergie”, un visionario. Realizza pezzi unici o oggetti multipli. Lo spazio è saturo di estrosità: sculture, quadri, gioielli, lampade realizzate con taniche di plastica e tazze che prendono ispirazione da tubi e lattine. Salutandoci afferma: “Dimenticate tutto quello che avete visto”.

Settima Bottega che visitiamo è al civico n. 37 – Ca D’or Gioielli
Suoniamo il campanello e Ines ci riceve intorno al suo tavolo da orafa. Progetta e realizza gioielli. L’eleganza dell’oro e dell’argento si riflette in tutto lo spazio. Pinza, seghetto, martello e trapano sono disposti sul banco, sono strumenti carichi di energia, pronti a soddisfare richieste e fantasie.

Ottava Bottega dove approdiamo è al civico n. 70 – Materia Ceramica
Antonietta ci accoglie con un forno aperto da cui si intravedono piatti e mattonelle mentre un gatto fa le fusa in vetrina. Le immagini che decorano i suoi manufatti hanno il tipico sapore umbro: solchi verdi, colline, ulivi e frammenti di borghi sperduti. Esploriamo lo spazio e rimaniamo affascinati dai materiali, dalle tecniche e dai processi di realizzazione.

Mancano all’appello l’artigiana Monica Grelli di Mogré al civico n.26, e Anna Fornari - Gioielli d'arte al civico n.30, purtroppo non potevano essere in bottega, ma non mancherà occasione per incontrarci.

Il tour è terminato alle 13 in punto perché a quell’ora gli artigiani posano i loro strumenti, spengono le luci e chiudono i portoni per riaprirli nel primo pomeriggio. Il tempo è volato. Ogni spazio visitato ha arricchito le nostre conoscenze regalandoci impulsi creativi e coraggio d’impresa. Fin ora abbiamo percorso via dei Priori con gli occhi chiusi, i cellulari in mano, correndo per la solita frenesia quotidiana, con poca attenzione e poca cura. Oggi via dei Priori acquista un altro valore… è ricca di magia. Otto sono gli spazi che abbiamo avuto il piacere di conoscere, come otto siamo noi.

di Elisa Pietrelli e Claudia La Grassa


Benvenuti in centro storico. Le Officine incontrano le associazioni

Venerdì 23 ottobre, Officine Fratti. Alle 14.30 ci apprestiamo ad accogliere alcune e alcuni rappresentanti delle associazioni di quartiere e Gianfranco Faina, coordinatore delle stesse, con un saluto e una stretta di mano nel chiostro. Eppure si ha come la sensazione che siano loro ad accogliere noi, vuoi per la spiccata cordialità o per la naturalezza con la quale si trovano già immerse e immersi in suggestivi discorsi a proposito della storia artistico-architettonica dell'edificio e della chiesa adiacente, non c'è dubbio: ci dimostrano sin da subito di essere persone di grande cultura, e noi non vediamo l'ora di ascoltare cosa avranno da dirci.

Ci raggiungono le e i portavoce delle associazioni di quartiere Vivi il Borgo, Borgo Sant'Antonio Porta Pesa, Via Dei Priori e Porta Eburnea.

Giuseppe ed io, a cui è toccato di moderare l’incontro, cominciamo a improvvisarci ospiti da manuale, facendo fare loro un piccolo tour degli spazi, già precedentemente allestiti con nostre foto, il plastico realizzato a mano della struttura e alcuni rendering che raffigurano le nostre idee per l'arredamento delle varie stanze.
Le e i rappresentanti mostrano molto interesse per la spiegazione e non si astengono da domande e commenti, un ottimo inizio, pensiamo.

Ci mettiamo in cerchio in quella che sarà la nostra “sala conferenze” e iniziamo a presentarci singolarmente, a cominciare da Giuseppe, e Faina sembra entusiasta di ogni nostro progetto individuale e ci dispensa un susseguirsi di consigli pratici e non. Scruta attentamente il book che gli abbiamo dato, in cui sono descritti gli abstract dei nostri progetti e delle brevissime biografie su di noi con fotografie annesse. Facendoci molte domande, sviscera un po' alla volta con sincera curiosità quelle che saranno le nostre future attività, ma non è il solo, molte altre domande ci vengono rivolte e a un paio di noi vengono persino dati dei contatti utili.

La parte più sostanziosa dell'incontro sembra dunque essere la mutua presentazione, ci stiamo conoscendo e molto dettagliatamente. Loro, attraverso il lavoro che portano avanti con le associazioni di quartiere di cui fanno parte, vogliono valorizzare le radici storiche e culturali della nostra città, perciò più volte ci comunicano di voler collaborare con Officine come unica entità, ma anche con ogni singola attività che svolgeremo, poiché tutte in linea con questa visione di valorizzazione culturale e sociale del centro storico di Perugia.

Desta piacevole sorpresa il fatto che il fil rouge che accomuna noi otto sia l'espressione della creatività nelle sue molteplici forme, che è anche ciò che queste associazioni promulgano organizzando tutte le varie attività sui territori.
Si respira aria di cultura continuando ad ascoltare i nostri scambi di idee, saltano fuori possibili progetti interessanti di laboratori creativi in condivisione e altro, noi ci teniamo a puntualizzare che siam ben felici di offrire i nostri spazi liberi alla cittadinanza tutta.
Interviene poi la maestra artigiana Maria Antonietta Taticchi per l'associazione Priori che ci invita a visitare il suo spazio, Materia Ceramica, e a conoscere le artigiane e gli artigiani della zona, ed essendolo per lo più anche noi otto, riteniamo possa essere utilissimo e concordiamo infatti di rincontrarci successivamente con lei per organizzarci a riguardo.

Verso la fine il nocciolo della questione salta fuori: l'obiettivo di questo incontro è gettare le basi e i presupposti per poter fare rete tra noi, attività o associazioni ma soprattutto cittadine e cittadini, chi più chi meno, del centro storico, persone che lo vivranno lavorandoci, perlomeno per tre anni.
Nasce da sé dunque l'esigenza di poter andare a braccetto con coloro che il centro storico lo partecipano attivamente e lo animano di iniziative.

Noi in primis, realtà acerba nemmeno neonata di otto giovani che si ritrovano a condividere uno spazio di grande valore storico e culturale, abbiam bisogno di dialogare con il coordinamento e di trasformare Officine in un perfetto luogo di aggregazione, ma chissà, magari anche noi potremmo dar loro un valido contributo.
Si conclude così l'incontro, dando la possibilità alle associazioni di fare la propria assemblea periodica tra le mura di Officine Fratti, con un piccolissimo e simbolico buffet di pasticcini da noi offerti, mentre ci spostiamo in un'altra sala per un nostro brainstorming, cosa ormai consueta, e ci salutiamo con la promessa di attuare una fruttuosa collaborazione di qui a breve.

Di Ester Zampedri e Giuseppe Agostinelli


Officine Fratti e l’innovazione di processo – Natale Romano

Innovazione di processo. Il concetto chiave intorno a cui dovrà ruotare l’esperienza di Officine Fratti, dice Natale Romano, è questo. Crotonese venuto a Perugia a studiare poco più di una decina d’anni fa, battitore libero nel nebuloso mondo della consulenza sul marketing, Romano è uno dei membri della commissione che ha scelto gli otto borsisti tra le oltre sessanta domande di partecipazione al bando. Giovane, competente, rigoroso, pragmatico, un vocabolario smart, una visione limpida e convincente.

“I candidati che si sono presentati alle selezioni avevano per lo più le idee chiare su come realizzare i propri prodotti. Avevano talento e preparazione. Quello che gli mancava, tendenzialmente, era la capacità di mettere a frutto la loro produzione, di comunicarla e commercializzarla”, spiega. Quanto al bando, “chi lo ha scritto è stato bravissimo, perché abbiamo ricevuto solo proposte coerenti con lo spirito di Officine Fratti. Nessun volo pindarico. C’è stata una certa omogeneità: artigianato di qualità, originale, appetibile”.

Uno degli elementi cruciali in gioco, a sua detta, ha a che fare col contesto in cui si inscrive lo spazio: “Il centro storico è il depositario di una tradizione artigiana secolare, e allo stesso tempo può essere la rampa di lancio per raggiungere mercati nazionali e internazionali”.

Già, i mercati. Risulta chiaro anche dalle nostre interviste: a fronte della creatività e del coraggio di chi porta avanti una start-up spesso manca lo slancio giusto per arrivare a rendere la propria attività pienamente sostenibile. O quanto meno a sfruttarne fino in fondo il potenziale economico. Ecco l’innovazione di processo, quindi. “È questo che dovrà offrigli Officine Fratti. Chiaramente non potrà trattarsi di innovazione di prodotto, questa non sarà mai la Silicon Valley. Ma nel tempo gli otto prescelti dovranno essere aiutati a sviluppare il loro brand, a individuare il loro target, a vendere nel migliore dei modi e nei migliori spazi fisici e virtuali possibili”.

Di più. “Officine Fratti dovrebbe svolgere questo ruolo anche per soggetti esterni. Ognuna di queste otto persone dovrà portare all’interno un network, questi spazi dovranno essere popolati da molta gente”. La qualità dei progetti, a suo avviso, è stata sorprendente. “Soprattutto quelli degli over 23, tra cui sono figurati anche ragazzi di fuori. L’esperienza d’altronde aiuta a strutturarsi di più, a sbagliare di meno. Ma in generale in Umbria, oggi, ci sono molte possibili start-up di successo”. La sostenibilità, in effetti, è la discriminante per eccellenza, in questi casi. “Quando si tratta di valutare chi merita di andare avanti non se ne può prescindere. Alcune idee possono sembrare intriganti, ma se poi non ci sono i margini per farle fruttare forse è meglio fermarsi. Purtroppo”.

Sarebbe bello poter dare un po’ di corda anche a certi giovani imprenditori visionari, però. “Certo. Ma questo è un difetto del capitalismo italiano. Da noi un venture capitalism manca quasi del tutto. Mancano imprenditori che investano su dieci progetti coraggiosi con l’idea di avere ritorni vantaggiosi anche solo da uno di loro. Da poco ci stanno lavorando i Moratti a Milano, poi altri grandi esempi non ne vedo”. Potrebbe farlo lo Stato? “Secondo me no. Allo Stato spetta semmai la ricerca pura, in ambito accademico. Chi può e secondo me deve scommettere sull’innovazione imprenditoriale è proprio la grande impresa”.

Di sicuro un posto come Officine Fratti potrà tornare molto utile anche alle imprese stesse. “Sì, si potrà a ragione parlare di formazione bidirezionale. Da una parte chi presenta un progetto innovativo avrà l’occasione di acquisire competenze e godere del supporto di una rete di servizi, dall’altra saranno le idee dei borsisti a risultare preziose per le imprese già solide con cui si relazioneranno. A volte i saperi prorompenti riescono a modificare anche i processi di produzione delle grandi industrie”.


Perugia e l’artigianato 3.0 – Maria Antonietta Taticchi

In via dei Priori, di recente, il tempo sembra essere passato in fretta. Perlomeno per chi ci capita una volta ogni tanto: nel giro di una manciata d’anni questa strada così cruciale nell’economia dell’intero centro storico di Perugia ha cambiato pelle. Più negozi, più movimento alla luce del sole, meno giri loschi. Buona parte del merito è senza dubbio dell’associazione di quartiere Priori e degli esercenti, con in testa Maria Antonietta Taticchi, che con le sue ceramiche è qui da una vita o quasi, e che nel 2009, dopo un incontro deludente con l’amministrazione comunale, decise insieme a una decina di altri artigiani dell’acropoli di fondare una sorta di consorzio per portare avanti le istanze comuni. ArtiCity è nato così, e otto anni più tardi è ancora un punto di riferimento per gli operatori del settore.

Percorsi guidati nei laboratori, comunicazione integrata, iniziative promozionali in alcune grandi manifestazioni culturali cittadine.

E un sito internet tradotto in inglese e parzialmente in russo che prova a essere più di una semplice vetrina per le botteghe di artigianato artistico raggruppate sotto il marchio ArtiCity. Cuoio, vetro, tessuti, ricami, legno, ceramica: materiali e saperi vecchi quanto molti degli edifici che compongono il saliscendi continuo della città.

“L’immagine storica dell’artigiano è quella di una persona, spesso un uomo, dai lineamenti medievali e duri, che lavora chino nella sua bottega e vive esclusivamente per il suo lavoro e per la realizzazione della sua arte. Un’immagine stereotipata, che non rispecchia lo stato attuale delle cose”, dice Maria Antonietta Taticchi. La sua è una storia fatta di passione e amore per l’arte e l’artigianato. Anni di approfonditi studi, di gavetta, di investimenti, specializzazioni, di ricerca e innovazione sono stati la base e il combustibile della sua impresa.

Ascoltandola appare chiaro come l’artigianato artistico dovrebbe essere una priorità per l’economia di una città come Perugia. “Molti perugini tutt’ora non sanno che esistiamo. E nel 2009, quando è nata ArtiCity, era ancora peggio”. Le associazioni di categoria canoniche d’altronde hanno sempre investito su altre professioni artigiane, che hanno numeri alti, e un peso molto maggiore. Riuscire a mettere insieme gli artigiani perugini sembrava peraltro una sfida impossibile. È questa stessa città a raccontare i suoi abitanti come schivi, chiusi, poco accoglienti e propensi a unire le forze in nome di benefici comuni. Ma evidentemente, e per altri versi lo dimostra anche il fiorire dell’associazionismo nell’ultimo lustro, si tratta di un luogo comune scardinabile.

Le difficoltà restano comunque tante. Perché il mercato dell’artigianato artistico, a Perugia, non è così florido. “È la passione che ci guida. Ma il volume d’affari è piuttosto basso”. La Taticchi si sofferma sul senso primordiale, sull’idea stessa di manufatto artistico.

“Fatico a capire perché la gente non accetti l’idea di spendere qualche soldo in più per oggetti unici, di un valore intrinseco e incontestabile, a fronte dei mille acquisti usa e getta che fa ogni giorno”.

I suoi clienti sono perugini e turisti, “non chiedetemi percentuali, perché non li conto”, molta gente torna da lei a distanza di anni e questo, spiega, è forse il conforto maggiore. Di sicuro la nuova frontiera è l’e-commerce, è la comunicazione on-line, è Facebook, anche. “Nel sito di ArtiCity non si trovano i prodotti in vendita. Per quello si rimanda ai siti individuali, dove, chi più chi meno, ci stiamo attrezzando. Ma sui social network ci stiamo dando da fare, anche grazie al sostegno dei ragazzi dell’università, che vengono da noi a fare le 150 ore”. È stato un successo anche solo far passare l’idea, tra molti artigiani, dell’importanza di prendere confidenza con le nuove tecnologie. Con la rete, col computer. Gli studenti per lo più gestiscono i profili social e i siti, fanno da tramite con una realtà che corre sempre più in fretta.

C’è poi una storia recente che è un caso di scuola. Si tratta di un progetto Erasmus+ nato dal connubio tra imprenditoria artigiana e innovazione, che ha come obiettivo quello di portare l’artigiano nel futuro assicurandogli un consistente bagaglio di competenze. Tramite l’utilizzo di piattaforme on-line, l’aspirante artigiano artistico avrà a disposizione una formazione su più livelli. La storia dell’arte della ceramica, la lavorazione del cuoio e del tessuto, la progettazione di un prodotto di qualità, i trucchi per comunicare il proprio lavoro e inserirsi nel mercato reale e nella share economy: il pacchetto del progetto, ideato da ArtiCity e dal giovane ingegnere esperto di stampanti 3D Giacomo Benedetti, è questo. “Non deve più passare l’idea che per fare l’artigiano non serva altro che un po’ di buona volontà. Acquisire competenze è fondamentale. Serve studiare, prima di tutto, elaborare un progetto proprio, sviluppare capacità tecniche”.

Intanto un altro scopo che Maria Antonietta Taticchi si era posta anni fa, quello di contribuire a far rivivere via dei Priori, sembra raggiunto. Grazie all’associazione Priori di cui è presidentessa, infatti, molti locali rimasti sfitti per parecchio tempo sono adesso diventati sedi di laboratori ed esercizi commerciali, spesso anche di esposizioni temporanee. L’associazione ha fatto da tramite, da garante. “Con alcuni proprietari degli immobili non è stato possibile trattare, altri hanno capito che ridar vita a quegli spazi, al di là del ritorno economico immediato, sarebbe stata un’iniezione positiva per tutto il quartiere”.


Eleonora Lippi - Ta Petite Tideland

Una laurea in Statistica, la danza, l’ago e il filo, i bambini. Ordine e creatività. Eleonora Lippi è giovane, ma a sentirla parlare sembra aver vissuto i suoi trentadue anni con un’intensità e una consapevolezza fuori dal comune. A Officine Fratti arriva nel mezzo di un percorso già solido, con idee, esperienza, preparazione. Da Foligno a Perugia, da una casa in cui i suoi giochi per bambini non entrano quasi più allo spazio che potrebbe dare la svolta decisiva alla sua attività.

“Fare le cose a mano mi rilassa. Mi piace vedere prendere forma il frutto del mio lavoro”, dice. È stato così sempre, ma da quando sua madre, cinque anni fa, le ha regalato una macchina per cucire le cose hanno preso una piega diversa. A quel tempo Eleonora lavorava ancora in una grande azienda di San Sepolcro, faceva un lavoro da statistica, perché la sua formazione era quella, un lavoro che avrebbe lasciato non molto dopo: “Mi sono serviti sette anni per capire che non faceva per me. Ma ora sono qui”. Qui a parlare di un progetto già molto ben strutturato. Si chiama Ta Petite, “perché io sono piccola dentro, perché quel che faccio ha a che fare coi bambini, perché suona come una coccola”, l’ha messo in piedi nel giro di un’estate, quella di tre anni fa. Prima cuciva già, e già creava dal nulla pupazzi, cappelli, vestiti, ma era quasi solo un gioco. “Poi mi sono presa una vacanza lontano da tutti, da sola. E ho deciso di provarci sul serio”.


Si è fatta il sito da sola, si è aperta un negozio on-line e ha avviato la sua produzione. Ancora pupazzi, ma anche, e soprattutto, giochi didattici, dai libri tattili ai giocattoli per la crescita cognitiva. “Ho studiato molto. Pedagogia, a partire dal metodo Montessori, e poi tanto Munari”. Ed è su questo versante che vorrebbe concentrare il suo lavoro a Officine Fratti. Va bene l’atelier, “perché lavorare in casa alla lunga è pesante, rischi di non alzare la testa per dodici ore o di distrarti in continuazione”, ma l’idea nuova sono i laboratori didattici. “Mi rendo conto che i miei clienti tengono molto alla personalizzazione dei giocattoli. E allora ho pensato di proporgli di costruirli insieme. Io e loro”. Il target di riferimento, nelle sue intenzioni, sarà eterogeneo: corsi per soli adulti, per soli bambini o per gli uni e gli altri insieme.  

Per ora, spiega, gli affari vanno abbastanza bene. Anche se non le garantiscono un reddito sufficiente alla sussistenza. Ma per quello c’è anche la danza, con la sua compagnia che ogni tanto la porta in giro per il mondo. Per i giocattoli adopera un tessuto organico certificato, realizzato con processi produttivi sostenibili anche socialmente, e come è ovvio Eleonora non finisce mai di aggiungere nuove idee. “Vado per mercatini, ed è lì che incontrando di persona i miei clienti mi rendo conto di quali sono le loro aspettative. E poi c’è il confronto con gli altri artigiani e venditori, che è costante e molto stimolante”. Officine Fratti, da questo punto di vista, sarà un’occasione in più.

“Sì, io credo molto nella collaborazione. Sono certa che nasceranno cose bellissime. Ho già delle idee, ma per ora me le tengo per me”. Nella sua testa, dice, “Officine Fratti sarà sempre pieno di gente”.

E magari, a parte i laboratori e lo spazio per il lavoro vero e proprio, quest’avventura potrà tornarle utile anche su un altro piano. Quello della promozione on-line. “Sono presente in tutti i principali social. È fondamentale, ma anche faticoso. Chi lavora in proprio spesso è costretto a fare tutto da solo, ma se qualcuno potesse offrire un supporto sarebbe fantastico”. Intanto si tratta di ragionare insieme agli altri sugli spazi individuali e su quelli comuni. Eleonora, al pensiero di cominciare, è raggiante. “Vorrei coinvolgere anche gli abitanti del condominio, quelli del quartiere. Le potenzialità di questo posto sono enormi”.

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Claudia La Grassa - La mia passione per i pezzi unici

Dai cassetti delle vecchie mercerie di Palermo possono saltar fuori oggetti inimmaginabili. Bottoni, piccoli accessori, di tutto. Claudia La Grassa una volta al mese se li va a cercare con pazienza, un negozio dopo l’altro, e se ne torna nella sua casa di Trapani con un bagaglio pieno delle cose che renderanno le sue borse uniche e irripetibili. “A un anno già disegnavo”, dice lei, ma la vera soddisfazione ormai gliela dà vedere prendere forma la sue borse. Dopo gli anni passati allo Ied di Roma a studiare fashion design, dopo le prime esperienze nella progettazione di moda, l’ideazione delle prime collezioni, Claudia ha imparato a cucire, e ha scoperto che ciò che le piaceva più di ogni altra cosa era quello. Lavorare con le proprie mani, realizzare vestiti e borse. Partendo dalla pelle, a cui ha cominciato presto ad aggiungere un’infinità di applicazioni.

“La prima borsa l’ho fatta su richiesta di un’amica”, spiega. “È stato quasi un gioco. Poi pian piano ho cominciato a prenderla sul serio”.

Riempiendo le sue borse di pezzi di vite passate, la sua e quelle di chissà chi altro. Bottoni, frammenti di giocattoli, fondi di magazzino. “Dal 2014 in qua è stato un crescendo. Prima ho disegnato il logo, poi ho aperto una pagina Facebook, poi un negozio on-line su Etsy.com, quindi sono venuti i mercatini”. Il difficile, come per molti creativi, non poteva che arrivare al momento di strutturare un’idea di impresa. “Non avevo alcuna esperienza in merito, né ce l’aveva mai avuta nessuno in famiglia”. Ecco che il bando di Officine Fratti è quindi capitato come un toccasana. Claudia è convinta che quest’esperienza le servirà a molto. Anche a individuare il target ideale per le sue borse, forse. “In effetti non ce l’ho bene in testa. So che per il momento vendo soprattutto per passaparola, e che la loro collocazione sul mercato è complicata. Essendo fatte a mano sono inevitabilmente abbastanza costose, stanno su una fascia medio-alta, lontane dai prodotti seriali di catena ma anche da quelli di lusso”.

 Poi c’è l’aspetto più immediato, quello del co-working. “Sono molto contenta che siano finite negli otto anche Eleonora ed Elisa Fiandrini, cucire in tre è molto meglio che cucire da sola nel proprio laboratorio domestico”. E poi da Officine Fratti si aspetta visibilità. “La gente potrà venire a vedere le borse o a commissionarmele di persona, questo posto me lo immagino sempre pieno di persone, di eventi, di workshop”. Senza trascurare l’elemento puramente logistico. “Vivere in Centro Italia mi consentirà di partecipare a molti più mercatini, sia nei dintorni che al Nord. Muoversi dalla Sicilia è proibitivo”.

E Perugia? “Mi è piaciuta tantissimo. L’avevo vista di sfuggita nel 1995, a dodici anni, coi miei. Mi ricordavo solo la Rocca Paolina e le scale mobili. Adesso ho trovato una città bellissima, che mi fa sempre pensare a Erice o ai quartieri gotici di Barcellona e Amsterdam, e vivace. Anche solo camminare per strada e riempirsi gli occhi di una bellezza così è fantastico”. Claudia, quindi, vivrà in centro. “Sì, ho già preso casa vicino a Porta Pesa. Così sarò anche vicina a via della Viola, che è un posto meraviglioso, pieno di attività culturali dal basso. In queste settimane mi è parso che molti perugini non riescano nemmeno a rendersi conto di questa ricchezza”.

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