Officine Fratti e l’innovazione di processo – Natale Romano

Innovazione di processo. Il concetto chiave intorno a cui dovrà ruotare l’esperienza di Officine Fratti, dice Natale Romano, è questo. Crotonese venuto a Perugia a studiare poco più di una decina d’anni fa, battitore libero nel nebuloso mondo della consulenza sul marketing, Romano è uno dei membri della commissione che ha scelto gli otto borsisti tra le oltre sessanta domande di partecipazione al bando. Giovane, competente, rigoroso, pragmatico, un vocabolario smart, una visione limpida e convincente.

“I candidati che si sono presentati alle selezioni avevano per lo più le idee chiare su come realizzare i propri prodotti. Avevano talento e preparazione. Quello che gli mancava, tendenzialmente, era la capacità di mettere a frutto la loro produzione, di comunicarla e commercializzarla”, spiega. Quanto al bando, “chi lo ha scritto è stato bravissimo, perché abbiamo ricevuto solo proposte coerenti con lo spirito di Officine Fratti. Nessun volo pindarico. C’è stata una certa omogeneità: artigianato di qualità, originale, appetibile”.

Uno degli elementi cruciali in gioco, a sua detta, ha a che fare col contesto in cui si inscrive lo spazio: “Il centro storico è il depositario di una tradizione artigiana secolare, e allo stesso tempo può essere la rampa di lancio per raggiungere mercati nazionali e internazionali”.

Già, i mercati. Risulta chiaro anche dalle nostre interviste: a fronte della creatività e del coraggio di chi porta avanti una start-up spesso manca lo slancio giusto per arrivare a rendere la propria attività pienamente sostenibile. O quanto meno a sfruttarne fino in fondo il potenziale economico. Ecco l’innovazione di processo, quindi. “È questo che dovrà offrigli Officine Fratti. Chiaramente non potrà trattarsi di innovazione di prodotto, questa non sarà mai la Silicon Valley. Ma nel tempo gli otto prescelti dovranno essere aiutati a sviluppare il loro brand, a individuare il loro target, a vendere nel migliore dei modi e nei migliori spazi fisici e virtuali possibili”.

Di più. “Officine Fratti dovrebbe svolgere questo ruolo anche per soggetti esterni. Ognuna di queste otto persone dovrà portare all’interno un network, questi spazi dovranno essere popolati da molta gente”. La qualità dei progetti, a suo avviso, è stata sorprendente. “Soprattutto quelli degli over 23, tra cui sono figurati anche ragazzi di fuori. L’esperienza d’altronde aiuta a strutturarsi di più, a sbagliare di meno. Ma in generale in Umbria, oggi, ci sono molte possibili start-up di successo”. La sostenibilità, in effetti, è la discriminante per eccellenza, in questi casi. “Quando si tratta di valutare chi merita di andare avanti non se ne può prescindere. Alcune idee possono sembrare intriganti, ma se poi non ci sono i margini per farle fruttare forse è meglio fermarsi. Purtroppo”.

Sarebbe bello poter dare un po’ di corda anche a certi giovani imprenditori visionari, però. “Certo. Ma questo è un difetto del capitalismo italiano. Da noi un venture capitalism manca quasi del tutto. Mancano imprenditori che investano su dieci progetti coraggiosi con l’idea di avere ritorni vantaggiosi anche solo da uno di loro. Da poco ci stanno lavorando i Moratti a Milano, poi altri grandi esempi non ne vedo”. Potrebbe farlo lo Stato? “Secondo me no. Allo Stato spetta semmai la ricerca pura, in ambito accademico. Chi può e secondo me deve scommettere sull’innovazione imprenditoriale è proprio la grande impresa”.

Di sicuro un posto come Officine Fratti potrà tornare molto utile anche alle imprese stesse. “Sì, si potrà a ragione parlare di formazione bidirezionale. Da una parte chi presenta un progetto innovativo avrà l’occasione di acquisire competenze e godere del supporto di una rete di servizi, dall’altra saranno le idee dei borsisti a risultare preziose per le imprese già solide con cui si relazioneranno. A volte i saperi prorompenti riescono a modificare anche i processi di produzione delle grandi industrie”.

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