La lingua del design – Yvonne Bindi

A Perugia ha studiato, a Perugia ha a lungo vissuto e lavorato. “E molto di quello che ho scritto in questo libro si è in qualche maniera nutrito di Perugia e dei miei anni qui. Dal contributo di docenti conosciuti vent’anni fa agli esempi pratici. In questa città ho costruito una piccola rete in cui ora sono ricaduta”. Lei si chiama Yvonne Bindi, ed è un architetto dell’informazione. Il libro si intitola Language Design (Apogeo), ed è una piccola miniera di spunti di riflessione e suggerimenti buoni per chiunque si ponga il problema di comunicare con gli altri nel mondo del lavoro. E quindi, a ben vedere, pressoché per tutti.

“Col mio lavoro di consulente e formatrice ho rapporti soprattutto con aziende. Mi occupo prevalentemente di segnaletica, menù, etichette. Ma qualche ragionamento lo dedico anche ai paradossi del burocratese”.

A Officine Fratti in effetti ci poniamo il problema di come spiegare alla cittadinanza cosa sta accadendo e cosa accadrà tra queste mura nei prossimi mesi. La scommessa è raccontare l’innovazione come qualcosa di comprensibile e accessibile a tutti, e naturalmente perché questa scommessa sia vinta è necessario servirsi del linguaggio giusto.

Quando ci si rivolge a un pubblico potenzialmente indistinto la parola d’ordine, secondo Yvonne, è semplicità. “Se si può usare una sola parola per esprimere un concetto, benissimo. È il caso di evitare perifrasi gratuite, periodi troppo lunghi, incisi, parentesi, acronimi. Bisogna andare dritti al punto”. Senza snaturare il messaggio, va da sé. E in questo bisogna essere bravi, perché il rischio di ridurre i contenuti ai minimi termini, banalizzandoli, è sempre dietro l’angolo. “Certo. Dobbiamo intendere la semplicità come gestione della complessità. Le cose complesse piacciono a tutti, gli esseri umani sono complessi. Ma la complessità si può spacchettare: un menù organizzato in maniera chiara e in base a molteplici categorie di cibi e clienti, per esempio, può essere anche di cinque pagine o più”. Fondamentale, per chi scrive o parla, è dare l’impressione di possedere risorse molto più consistenti di quelle espresse esplicitamente. Insomma, di saperne molto di più rispetto a quanto scrive o dice in un determinato momento.

Tornando all’idea di semplicità, ben venga qualche parola in inglese o qualche riferimento apparentemente troppo “pop”, se serve per farsi capire. “La lingua è dei parlanti, a volte ce lo dimentichiamo perché la percepiamo in forma normativa, magari per il portato della scuola, della grammatica. Le parole viaggiano nel tempo e nello spazio in base agli interessi e alle contaminazioni. Io sono convinta che le barriere linguistiche siano terribili, come tutte le barriere”.

L’importante è capirsi, insomma. “Sì. A seconda del contesto, a seconda di chi è il tuo interlocutore, è legittimo usare termini di ogni tipo”.

L’importante, quando si tratta di comunicare, è rispettare dei principi interni al proprio discorso: coerenza, correlazione, coesione. “Qualsiasi informazione, inserita in un sistema di relazioni e di riferimenti, acquista valore. Come i link accanto a un articolo che sto leggendo on-line”. E il web è senz’altro la nuova frontiera della comunicazione. “Avete presente Google? Perché ha avuto questo successo formidabile? Per la semplicità dell’interfaccia. Un grande vuoto con due pulsanti che peraltro quasi nessuno usa. Eppure dietro c’è tutto. Rispetto ai vecchi motori di ricerca, da Yahoo in là, che erano pieni di parole e opzioni, Google ha saputo vendere l’idea di saper fare meglio di tutti una sola semplice cosa, quella di aiutarci a cercare e trovare ciò di cui abbiamo bisogno”.

E in un mondo, virtuale o reale che sia, pieno di informazioni, l’utilità di una disciplina come l’architettura dell’informazione è indubbia: “A volte queste informazioni sono troppe, a volte poche. Fondamentale è mettere ordine per renderle trovabili, ritrovabili e utilizzabili. E visto che queste informazioni ci vengono fornite soprattutto attraverso le parole il punto di partenza è sempre scrivere e parlare nella maniera più chiara e facile possibile”.

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