La storia di Vezio Alunni ha un sapore antico. Giulio Rosi la racconta come se gli appartenesse nel modo in cui ciascuno di noi appartiene allo spirito della propria terra. Una questione di genius loci. “Vezio viveva vicino a casa mia. Era un ebanista eccezionale, e ha lasciato moltissime opere incompiute”. Poi c’è il sangue, la discendenza diretta. Giulio e il nonno, che abitavano proprio nella stessa casa. “Io sopra, lui di sotto. Ho trascorso la mia infanzia nel suo laboratorio di falegnameria. Ho sempre amato l’idea di poter costruire cose con le mie mani. Il legno più di tutto”. Giulio è nato e cresciuto in un paese a pochi chilometri da Perugia. Piccione ha un nome curioso e una collocazione cruciale, perché qui si incontrano le strade che portano a Gubbio e verso Est. “Adesso sono pronto per andare a vivere in città. Questa dimensione comincia a starmi un po’ stretta”. Giulio, peraltro, a dispetto della lunga barba castana è molto giovane. Nemmeno ventisette anni, e già un ottimo posto di lavoro da ingegnere in una delle aziende più in salute del territorio. “Mi sono laureato un anno fa, e a gennaio già lavoravo. Ma ho sempre continuato ad avere in testa il mio progetto su Alunni”.

Si chiama VAgraft: cultural and manufacturing heritage, e si tratta dell’evoluzione di un altro progetto con cui Giulio ha vinto il Creativity Camp dell’Aur nel 2015. “Un’ibridazione tra passato e presente. In concreto, progetto applicazioni di ottone per i vecchi lavori di Vezio Alunni. Ci sono più di duecento tavoli, una cinquantina di sedie, e altri elementi per tromò e librerie da integrare con i miei inserti”.

Queste applicazioni, spiega, nascono da algoritmi generativi, che consentono di controllare al meglio forme e misure. E quando il lascito di Alunni si esaurirà? “Avrò due strade. O cercherò altri semi-lavorati di altri artigiani oppure creerò una linea mia”. Il concetto di uomo-artigiano, per Giulio, è fondamentale. “Sì, mi piace l’idea di un uomo che sa fare più cose, che sa fare tutto. Mentre si sta esasperando la tendenza alla settorializzazione. Mio nonno faceva il falegname, aggiustava trattori, costruiva botti. Vorrei recuperare quell’attitudine anche per me”. Sebbene l’aspetto produttivo dell’attività, nelle sue intenzioni, non gli toccherà mai. “No, io mi limito e mi limiterò al progetto. Avrò bisogno di bravi carpentieri, capaci di lavorare di fino e con grande cura. Finora da queste parti non ne ho trovati. Bisogna andare al Nord, anche se già a Foiano della Chiana la musica comincia a cambiare. L’Umbria da questo punto di vista mi sembra molto indietro”.

A Officine Fratti Giulio immagina il suo atelier, magari una xiloteca. “Potrò al massimo venire a dare la cera a qualche tavolo. Per il resto lavorerò al pc, e farò pubbliche relazioni”. L’aspetto commerciale dovrà svilupparsi soprattutto on-line. “E per la promozione conto molto sullo staff di Officine Fratti. Mentre su come portare avanti l’impresa ho le idee piuttosto chiare”. Di sicuro, dice Giulio, il mercato da attaccare è quello dell’artigianato di lusso. “I miei saranno pezzi unici, e so che dovrò insistere particolarmente sul racconto del contesto, della storia, dell’incontro tra tradizione e nuove tecnologie. Spingendo soprattutto all’estero”. Un luogo chiave del suo progetto, peraltro, è l’Abbazia di Montelabate, poco lontano da casa, dove suo nonno rimetteva in sesto i motori dei trattori. C’è una dimensione mistica, in queste colline luminose, che Giulio non vuol perdere. “E infatti vorrei proporre la mia produzione a Cucinelli. Esiste Armani-arredamento, perché non potrebbe esistere un Cucinelli-arredamento? Dopotutto nelle nostre retoriche trovo un’affinità evidente, e il target dei clienti credo sia un po’ lo stesso. Ci proverò”.