Officine Fratti è un contenitore che può essere letto sotto molti aspetti. Uno di questi è stato il processo di autocostruzione. Un’esperienza inedita per Perugia, partita dall’obiettivo comune di sviluppare un attrattore professionale e culturale per noi e per la città. L’evoluzione dello spazio interno ha seguito i nostri bisogni: è stato immaginato sin da subito in maniera inclusiva verso la città, capace di ospitare eventi e stimolare relazioni.

L’intervento sul costruito è sempre complesso, il mio lavoro è stato guidato dalla volontà di conferire un linguaggio contemporaneo agli interni, confrontandomi con i vincoli storici e di budget, accettando la sfida della partecipazione.
In questi mesi ho potuto osservare la diversità nell’approccio alla progettazione, nell’affrontare e risolvere problemi, e soprattutto nella determinazione che ha animato gli altri sette inquilini di via Fratti.

 

Il risultato è uno spazio plasmato come da otto campi gravitazionali, diversi per intensità e carattere.

Quello che ho cercato di fare è ricucirli e legarli tra loro con un linguaggio riconoscibile.
Il luogo che ci accoglie ha attraversato diverse epoche storiche, riuscendo sempre a trasformarsi e adattarsi ai nuovi usi che la modernità proponeva, per ultimo quello di mensa comunale. Il mio ruolo è stato quello di disegnare con la matita Officine Fratti, un processo partito dalla ricerca di una qualità alta dell’abitare, una maniera di procedere in linea con lo spirito di Officine, costruendo materialmente il plastico di studio, iniziando a lavorare insieme agli altri, mettendo a sistema le nostre competenze. Plastico in legno, metallo e canapa. Modello in scala in parte lavorato a mano, in parte stampato in 3D, primo manufatto prodotto in Officine.

Entrando dalla corte interna il colpo d’occhio è evidente, gli spazi si configurano lungo una direttrice che collega fisicamente tutte le sale, e dal centro di ogni stanza si può osservare il lavoro e il saper fare degli altri.
Proprio come un grande tangram, il progetto degli allestimenti ha forma modulare. I nuovi elementi che occupano lo spazio sono stati progettati in sezioni scomponibili, al fine di spronare gli utenti, noi come gli ospiti, a perturbare la struttura spontaneamente.
Esemplare è la possibilità di interagire liberamente con la gradonata in legno che diventa seduta per esterni, un palco che si fa passerella o sedute per bambini.

È proprio nell’interazione delle persone con quello che ho disegnato che trovo la soddisfazione più grande. Il plastico è un catalizzatore perfetto.

Durante gli eventi pubblici è stato bello vedere bambini e adulti che lo guardano, lo studiano e capiscono l’orientamento, ne smontano e rimontano i pezzi per capire il luogo, si aprono, sono spinti a fare domande e a interagire. Il progetto diventa così produttore di conoscenza.

I materiali e le forme sotto la luce si confrontano tra loro creando dei piccoli cortocircuiti. Contrasti dati dalle nuove forme stereometriche che dialogano con i morfemi classici dell’architettura seicentesca, i volumi puri e netti delle gradonate in legno che si incastrano perfettamente tra le bianche lesene dell’atrio.
Le volte a lunetta e a crociera accolgono sotto di loro vecchi mobili scolastici rigenerati e cablati, pronti per accogliere le sapienze artigiane. L’atto del fare con le mani convive con la competenza digitale che ci caratterizza.
Officine Fratti è ancora un cantiere aperto, un intervento che vuole avere una visione non anacronistica nei confronti della storia, ma che ha l’ambizione, nelle idee e nel processo, di proporre un punto di vista nuovo sull’abitare e sul lavorare insieme.

Di Giulio Rosi