La lingua del design – Yvonne Bindi

A Perugia ha studiato, a Perugia ha a lungo vissuto e lavorato. “E molto di quello che ho scritto in questo libro si è in qualche maniera nutrito di Perugia e dei miei anni qui. Dal contributo di docenti conosciuti vent’anni fa agli esempi pratici. In questa città ho costruito una piccola rete in cui ora sono ricaduta”. Lei si chiama Yvonne Bindi, ed è un architetto dell’informazione. Il libro si intitola Language Design (Apogeo), ed è una piccola miniera di spunti di riflessione e suggerimenti buoni per chiunque si ponga il problema di comunicare con gli altri nel mondo del lavoro. E quindi, a ben vedere, pressoché per tutti.

“Col mio lavoro di consulente e formatrice ho rapporti soprattutto con aziende. Mi occupo prevalentemente di segnaletica, menù, etichette. Ma qualche ragionamento lo dedico anche ai paradossi del burocratese”.

A Officine Fratti in effetti ci poniamo il problema di come spiegare alla cittadinanza cosa sta accadendo e cosa accadrà tra queste mura nei prossimi mesi. La scommessa è raccontare l’innovazione come qualcosa di comprensibile e accessibile a tutti, e naturalmente perché questa scommessa sia vinta è necessario servirsi del linguaggio giusto.

Quando ci si rivolge a un pubblico potenzialmente indistinto la parola d’ordine, secondo Yvonne, è semplicità. “Se si può usare una sola parola per esprimere un concetto, benissimo. È il caso di evitare perifrasi gratuite, periodi troppo lunghi, incisi, parentesi, acronimi. Bisogna andare dritti al punto”. Senza snaturare il messaggio, va da sé. E in questo bisogna essere bravi, perché il rischio di ridurre i contenuti ai minimi termini, banalizzandoli, è sempre dietro l’angolo. “Certo. Dobbiamo intendere la semplicità come gestione della complessità. Le cose complesse piacciono a tutti, gli esseri umani sono complessi. Ma la complessità si può spacchettare: un menù organizzato in maniera chiara e in base a molteplici categorie di cibi e clienti, per esempio, può essere anche di cinque pagine o più”. Fondamentale, per chi scrive o parla, è dare l’impressione di possedere risorse molto più consistenti di quelle espresse esplicitamente. Insomma, di saperne molto di più rispetto a quanto scrive o dice in un determinato momento.

Tornando all’idea di semplicità, ben venga qualche parola in inglese o qualche riferimento apparentemente troppo “pop”, se serve per farsi capire. “La lingua è dei parlanti, a volte ce lo dimentichiamo perché la percepiamo in forma normativa, magari per il portato della scuola, della grammatica. Le parole viaggiano nel tempo e nello spazio in base agli interessi e alle contaminazioni. Io sono convinta che le barriere linguistiche siano terribili, come tutte le barriere”.

L’importante è capirsi, insomma. “Sì. A seconda del contesto, a seconda di chi è il tuo interlocutore, è legittimo usare termini di ogni tipo”.

L’importante, quando si tratta di comunicare, è rispettare dei principi interni al proprio discorso: coerenza, correlazione, coesione. “Qualsiasi informazione, inserita in un sistema di relazioni e di riferimenti, acquista valore. Come i link accanto a un articolo che sto leggendo on-line”. E il web è senz’altro la nuova frontiera della comunicazione. “Avete presente Google? Perché ha avuto questo successo formidabile? Per la semplicità dell’interfaccia. Un grande vuoto con due pulsanti che peraltro quasi nessuno usa. Eppure dietro c’è tutto. Rispetto ai vecchi motori di ricerca, da Yahoo in là, che erano pieni di parole e opzioni, Google ha saputo vendere l’idea di saper fare meglio di tutti una sola semplice cosa, quella di aiutarci a cercare e trovare ciò di cui abbiamo bisogno”.

E in un mondo, virtuale o reale che sia, pieno di informazioni, l’utilità di una disciplina come l’architettura dell’informazione è indubbia: “A volte queste informazioni sono troppe, a volte poche. Fondamentale è mettere ordine per renderle trovabili, ritrovabili e utilizzabili. E visto che queste informazioni ci vengono fornite soprattutto attraverso le parole il punto di partenza è sempre scrivere e parlare nella maniera più chiara e facile possibile”.


Benvenuti in centro storico. Le Officine incontrano le associazioni

Venerdì 23 ottobre, Officine Fratti. Alle 14.30 ci apprestiamo ad accogliere alcune e alcuni rappresentanti delle associazioni di quartiere e Gianfranco Faina, coordinatore delle stesse, con un saluto e una stretta di mano nel chiostro. Eppure si ha come la sensazione che siano loro ad accogliere noi, vuoi per la spiccata cordialità o per la naturalezza con la quale si trovano già immerse e immersi in suggestivi discorsi a proposito della storia artistico-architettonica dell'edificio e della chiesa adiacente, non c'è dubbio: ci dimostrano sin da subito di essere persone di grande cultura, e noi non vediamo l'ora di ascoltare cosa avranno da dirci.

Ci raggiungono le e i portavoce delle associazioni di quartiere Vivi il Borgo, Borgo Sant'Antonio Porta Pesa, Via Dei Priori e Porta Eburnea.

Giuseppe ed io, a cui è toccato di moderare l’incontro, cominciamo a improvvisarci ospiti da manuale, facendo fare loro un piccolo tour degli spazi, già precedentemente allestiti con nostre foto, il plastico realizzato a mano della struttura e alcuni rendering che raffigurano le nostre idee per l'arredamento delle varie stanze.
Le e i rappresentanti mostrano molto interesse per la spiegazione e non si astengono da domande e commenti, un ottimo inizio, pensiamo.

Ci mettiamo in cerchio in quella che sarà la nostra “sala conferenze” e iniziamo a presentarci singolarmente, a cominciare da Giuseppe, e Faina sembra entusiasta di ogni nostro progetto individuale e ci dispensa un susseguirsi di consigli pratici e non. Scruta attentamente il book che gli abbiamo dato, in cui sono descritti gli abstract dei nostri progetti e delle brevissime biografie su di noi con fotografie annesse. Facendoci molte domande, sviscera un po' alla volta con sincera curiosità quelle che saranno le nostre future attività, ma non è il solo, molte altre domande ci vengono rivolte e a un paio di noi vengono persino dati dei contatti utili.

La parte più sostanziosa dell'incontro sembra dunque essere la mutua presentazione, ci stiamo conoscendo e molto dettagliatamente. Loro, attraverso il lavoro che portano avanti con le associazioni di quartiere di cui fanno parte, vogliono valorizzare le radici storiche e culturali della nostra città, perciò più volte ci comunicano di voler collaborare con Officine come unica entità, ma anche con ogni singola attività che svolgeremo, poiché tutte in linea con questa visione di valorizzazione culturale e sociale del centro storico di Perugia.

Desta piacevole sorpresa il fatto che il fil rouge che accomuna noi otto sia l'espressione della creatività nelle sue molteplici forme, che è anche ciò che queste associazioni promulgano organizzando tutte le varie attività sui territori.
Si respira aria di cultura continuando ad ascoltare i nostri scambi di idee, saltano fuori possibili progetti interessanti di laboratori creativi in condivisione e altro, noi ci teniamo a puntualizzare che siam ben felici di offrire i nostri spazi liberi alla cittadinanza tutta.
Interviene poi la maestra artigiana Maria Antonietta Taticchi per l'associazione Priori che ci invita a visitare il suo spazio, Materia Ceramica, e a conoscere le artigiane e gli artigiani della zona, ed essendolo per lo più anche noi otto, riteniamo possa essere utilissimo e concordiamo infatti di rincontrarci successivamente con lei per organizzarci a riguardo.

Verso la fine il nocciolo della questione salta fuori: l'obiettivo di questo incontro è gettare le basi e i presupposti per poter fare rete tra noi, attività o associazioni ma soprattutto cittadine e cittadini, chi più chi meno, del centro storico, persone che lo vivranno lavorandoci, perlomeno per tre anni.
Nasce da sé dunque l'esigenza di poter andare a braccetto con coloro che il centro storico lo partecipano attivamente e lo animano di iniziative.

Noi in primis, realtà acerba nemmeno neonata di otto giovani che si ritrovano a condividere uno spazio di grande valore storico e culturale, abbiam bisogno di dialogare con il coordinamento e di trasformare Officine in un perfetto luogo di aggregazione, ma chissà, magari anche noi potremmo dar loro un valido contributo.
Si conclude così l'incontro, dando la possibilità alle associazioni di fare la propria assemblea periodica tra le mura di Officine Fratti, con un piccolissimo e simbolico buffet di pasticcini da noi offerti, mentre ci spostiamo in un'altra sala per un nostro brainstorming, cosa ormai consueta, e ci salutiamo con la promessa di attuare una fruttuosa collaborazione di qui a breve.

Di Ester Zampedri e Giuseppe Agostinelli


Officine Fratti e l’innovazione di processo – Natale Romano

Innovazione di processo. Il concetto chiave intorno a cui dovrà ruotare l’esperienza di Officine Fratti, dice Natale Romano, è questo. Crotonese venuto a Perugia a studiare poco più di una decina d’anni fa, battitore libero nel nebuloso mondo della consulenza sul marketing, Romano è uno dei membri della commissione che ha scelto gli otto borsisti tra le oltre sessanta domande di partecipazione al bando. Giovane, competente, rigoroso, pragmatico, un vocabolario smart, una visione limpida e convincente.

“I candidati che si sono presentati alle selezioni avevano per lo più le idee chiare su come realizzare i propri prodotti. Avevano talento e preparazione. Quello che gli mancava, tendenzialmente, era la capacità di mettere a frutto la loro produzione, di comunicarla e commercializzarla”, spiega. Quanto al bando, “chi lo ha scritto è stato bravissimo, perché abbiamo ricevuto solo proposte coerenti con lo spirito di Officine Fratti. Nessun volo pindarico. C’è stata una certa omogeneità: artigianato di qualità, originale, appetibile”.

Uno degli elementi cruciali in gioco, a sua detta, ha a che fare col contesto in cui si inscrive lo spazio: “Il centro storico è il depositario di una tradizione artigiana secolare, e allo stesso tempo può essere la rampa di lancio per raggiungere mercati nazionali e internazionali”.

Già, i mercati. Risulta chiaro anche dalle nostre interviste: a fronte della creatività e del coraggio di chi porta avanti una start-up spesso manca lo slancio giusto per arrivare a rendere la propria attività pienamente sostenibile. O quanto meno a sfruttarne fino in fondo il potenziale economico. Ecco l’innovazione di processo, quindi. “È questo che dovrà offrigli Officine Fratti. Chiaramente non potrà trattarsi di innovazione di prodotto, questa non sarà mai la Silicon Valley. Ma nel tempo gli otto prescelti dovranno essere aiutati a sviluppare il loro brand, a individuare il loro target, a vendere nel migliore dei modi e nei migliori spazi fisici e virtuali possibili”.

Di più. “Officine Fratti dovrebbe svolgere questo ruolo anche per soggetti esterni. Ognuna di queste otto persone dovrà portare all’interno un network, questi spazi dovranno essere popolati da molta gente”. La qualità dei progetti, a suo avviso, è stata sorprendente. “Soprattutto quelli degli over 23, tra cui sono figurati anche ragazzi di fuori. L’esperienza d’altronde aiuta a strutturarsi di più, a sbagliare di meno. Ma in generale in Umbria, oggi, ci sono molte possibili start-up di successo”. La sostenibilità, in effetti, è la discriminante per eccellenza, in questi casi. “Quando si tratta di valutare chi merita di andare avanti non se ne può prescindere. Alcune idee possono sembrare intriganti, ma se poi non ci sono i margini per farle fruttare forse è meglio fermarsi. Purtroppo”.

Sarebbe bello poter dare un po’ di corda anche a certi giovani imprenditori visionari, però. “Certo. Ma questo è un difetto del capitalismo italiano. Da noi un venture capitalism manca quasi del tutto. Mancano imprenditori che investano su dieci progetti coraggiosi con l’idea di avere ritorni vantaggiosi anche solo da uno di loro. Da poco ci stanno lavorando i Moratti a Milano, poi altri grandi esempi non ne vedo”. Potrebbe farlo lo Stato? “Secondo me no. Allo Stato spetta semmai la ricerca pura, in ambito accademico. Chi può e secondo me deve scommettere sull’innovazione imprenditoriale è proprio la grande impresa”.

Di sicuro un posto come Officine Fratti potrà tornare molto utile anche alle imprese stesse. “Sì, si potrà a ragione parlare di formazione bidirezionale. Da una parte chi presenta un progetto innovativo avrà l’occasione di acquisire competenze e godere del supporto di una rete di servizi, dall’altra saranno le idee dei borsisti a risultare preziose per le imprese già solide con cui si relazioneranno. A volte i saperi prorompenti riescono a modificare anche i processi di produzione delle grandi industrie”.


E' la stampa, bellezza. Le Officine incontrano gli operatori del settore

Puntuali come orologi svizzeri per l’ora del tè. Inizia tutto con l’attesa davanti al portone di via Fratti, che poi, a pensarci bene, è lì che si celano tutte le possibilità. In uno dei primi veri giorni d'autunno abbiamo invitato nel cantiere di Officine Fratti Federica Cesarini, Filippo Costantini e Gloria Chiocci. Tutti e tre trasmettono informazione attraverso le parole, si occupano di comunicazione.

Oggi la comunicazione è un flusso ininterrotto di vocaboli che fa da sottofondo alle nostre vite, che sia cartacea o digitale passa attraverso canali imprevedibili, fatti di relazioni, di manifesti pubblicitari, di volantini, di post sui social, di servizi televisivi e radiofonici, di contatti, di persone che aggiungono annunci su annunci. Tutti sembrano avere qualcosa da comunicare, ma, nel mare di notizie, come emergere? Quali sono le dinamiche di comunicazione? Come funziona un ufficio stampa?

In una tavola rotonda, dall’aspetto rettangolare, sistemata al centro della stanza, abbiamo aperto le danze sul tema della comunicazione, dopo una prima presentazione dello spazio, di noi, dei nostri progetti e del percorso di rigenerazione che a piccoli passi stiamo percorrendo.

Federica Cesarini si occupa dell’ufficio stampa di manifestazioni culturali e spettacoli, dal 2010 cura l’ufficio stampa del Festival Internazionale del Giornalismo che si tiene ogni anno a Perugia, tra le varie mansioni elabora comunicati stampa, organizza le interviste e contatta i giornalisti. Ci confida che il suo è stato un inizio casuale, ma ha ben chiara la definizione di ufficio stampa: per lei, serve a comunicare l’impresa e deve mantenere vivo il progetto con notizie e spunti. Per realizzare una comunicazione efficace, ci racconta, la prima azione da compiere è la raccolta delle informazioni relative al progetto. Redatto il comunicato stampa si procede poi con la conferenza stampa, dove sono invitate tutte le persone interessate al progetto, i referenti del settore e i giornalisti, per questo è essenziale costruire rapporti diretti, un invito a tappetto utilizzando mezzi formali e informali. Federica afferma: “C’è qualcosa che accade in modo inaspettato, non c’è garanzia sul successo dell’informazione, non è detta che un comunicato venga sempre pubblicato, non c’è una regola, dipende da diversi fattori”. E la sfida è proprio questa.

Filippo Costantini nel 2010 fonda insieme a Giorgio Vicario Mg2, uno studio specializzato nei servizi di ufficio stampa e social web communication. Emergono nel suo parlare pillole di consigli, che abbiamo saggiamente appuntato nei nostri quaderni. Non promuovere progetti in cui non si crede, avere l’onestà intellettuale di raccontare quello che ci piace, trovare il modo giusto di coinvolgere e interessare, parlare di un particolare se lo riteniamo più efficace per promuovere l’intero progetto, stare nei tempi, capire cosa può funzionare in quel momento, divulgare notizie nuove nel momento giusto! Esseri flessibili nella comunicazione del progetto, mettere in discussione quello che si vuole comunicare per trovare la chiave giusta ponendo l’attenzione su prospettive differenti. La comunicazione passa da diversi canali: internet, stampa, tv, tutti danno visibilità ma se vogliamo comunicare e vendere, prima di tutto, dobbiamo parlare degli aspetti meno commerciali, coinvolgere il lettore ponendo l’attenzione sugli aspetti sociali e culturali del prodotto.

Gloria Chiocci, blogger del Sole 24 ore, vive tra l’Italia e la Spagna, si occupa di giovani e innovazione. Si presenta così: “Non tutto fa storia, non tutte le storie sono buone e valide, io scrivo solo quello che ritengo meriti di essere diffuso. Il compito del blogger è quello di scovare storie da raccontare”. Si sofferma sull’importanza del linguaggio che cambia in relazione al tipo di interlocutore, di comunicare a tutti in modo calibrato, semplice e chiaro. Il suo è un linguaggio mirato ai giovani, utilizza parole chiave, testi brevi e immagini. Ci invita a raccontarci e a raccontare il processo di rigenerazione, siamo per lei otto possibili storie da narrare.

Dopo la carta stampata e il web, abbiamo riflettuto sull’importanza della televisione perché le immagini raccontano e trasmettono messaggi in un modo più rapido delle parole. Dall’incontro emerge e accomuna tutti l’idea che Officine Fratti è una storia dalle mille sfaccettature, può potenzialmente inserirsi in diversi contesti di comunicazione, giornali, riviste, tv. Si può raccontare il percorso di rigenerazione in un articolo, in un’altra testata si può porre l’accento sulle singole imprese e in un’altra ancora focalizzarsi sulle otto identità. Federica, Filippo e Gloria ci consigliano di puntare in maniera mirata ai giusti contenitori. Di concentrarci su riviste specializzate per i singoli progetti perché il destinatario cambia, cambia il tipo di comunicazione. È difficile trovare i contatti ma bisogna osare per promuovere se stessi. Solo alla fine, abbiamo bevuto il tè.

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di Elisa Pietrelli, Giulio Rosi e Lorenzo Curti


Babysitting collettivo, in centro – Eleonora Negozio

Eleonora Negozio ha una formazione da psicologa, è un pubblico ufficiale nelle vesti di guardia zoofila, ha fondato insieme al marito una onlus chiamata Solidarietà Trasparente che vuole aiutare i cittadini senza tutela, appartenenti a fasce deboli, a vivere in maniera dignitosa.

Quando diventa mamma, e nello specifico, sottolinea lei, una “mamma moderna” piena di impegni ma che vuole anche i suoi spazi di libertà, sente l'esigenza di un servizio di supporto ai genitori. Nel panorama delle offerte di babysitting e spazi ludici per bambini e famiglie, Eleonora non trova quello che cerca. Soprattutto nella realtà del centro storico di Perugia. Da qui l'idea di rendere concreta e fruibile a tutti gli altri genitori la possibilità di avere un sostegno nella gestione quotidiana dei bambini, anche last minute e temporaneo, sotto forma di associazione culturale senza scopo di lucro. Eleonora è la presidente e organizza e gestisce la parte delle relazioni; i bambini sono affidati a delle educatrici professionali.

L’associazione si chiama Prezzemolo, e si trova in via della Stella, a pochi passi da Officine Fratti. È un vero e proprio “salva genitori”: accoglie i bambini di ogni età in qualsiasi momento della giornata e della sera, e per il tempo necessario. Nulla di standardizzato quindi, ma una offerta precisa, tagliata sulle richieste della famiglia, grazie anche alle convenzioni con ristoranti e bar.

“Attenzione, però, Prezzemolo non è solo un contenitore per bambini”, precisa Eleonora. “È uno spazio in cui stimoliamo le loro capacità, riscoprendo i giochi di una volta, proponendo percorsi d'arte, sviluppando la manualità, in un momento storico in cui invece sono il mondo virtuale e tecnologico a farla da padrone”.

A Prezzemolo è anche possibile riscoprire la bellezza e il valore del rapporto dei bambini con gli animali, l'altra grande passione di Eleonora. “È un aspetto che diventa anche educativo. Da noi bambini e cani interagiscono con naturalezza. Vediamo bambini, anche con difficoltà di relazione, aprirsi e responsabilizzarsi magari nel momento in cui devono fare la passeggiata con il cagnolino”.

L'offerta di Prezzemolo si rivolge a tutte le fasce di età e ha orari flessibili. È attivo un nido familiare che può ospitare fino a dieci neonati ma anche un aiuto compiti per chi frequenta elementari e medie. Un aspetto critico è stata la scelta del luogo, che tradizionalmente, secondo Eleonora, è associato alla difficoltà e scomodità del parcheggio. La volontà di aprire il servizio in pieno centro storico è stata perseguita però con determinazione: “Mi piaceva l'idea di valorizzare il centro e di farlo riscoprire ai bambini, insieme alla sua storia e ai suoi monumenti. Io in centro ci vivo, e ho scommesso sulla sua rivitalizzazione. A un anno dall'apertura dell'attività abbiamo circa cinquanta famiglie. Il ritorno di tutto questo è altamente gratificante a livello relazionale. Ho stretto rapporti con le altre mamme, facciamo rete con le altre associazioni e partecipiamo a vari eventi”. Eleonora si sente profondamente parte del centro storico, è una residente soddisfatta e integrata. Prezzemolo si nutre quindi di linfa vitale da questo punto di vista, e produce comunità.

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Cinema, idee e coraggio. Le Officine incontrano il PostModernissimo

Perugia, mercoledì 11 ottobre 2017, ore 11 a.m. Entrare in un cinema di mattina è una di quelle sensazioni che non capita spesso di provare, si respira un'atmosfera che ci riporta ai tempi della scuola. Nel foyer del PostModernissimo ci siamo noi di Officine Fratti, giunti qui per conoscere meglio il caso di questo cinema riaperto nel cuore del centro storico di Perugia. Ad accoglierci sono due dei soci, Ivan Frenguelli e Giacomo Caldarelli. All'incontro partecipano anche il responsabile regionale di Legacoop Umbria Andrea Bernardoni e Daniele Pampanelli, disegnatore e art director dell’agenzia di comunicazione perugina Archi's.
Dopo una nostra breve presentazione del progetto di Officine Fratti e dei singoli partecipanti, Caldarelli prende la parola passando al racconto della storia del PostMod.

Tutto nasce da tre amici con la comune passione per il cinema, una precedente esperienza lavorativa al cinema Zenith e la voglia di creare una nuova sala a Perugia che sia non solo un cinema ma anche “un progetto di comunità, una piazza dove incontrarsi”, partendo da uno studio approfondito delle esperienze analoghe in Europa.
Durante la ricerca del luogo giusto per realizzare il loro sogno si imbattono nei locali inutilizzati del vecchio cinema Modernissimo, chiuso dal 2000, che, per la sua epoca, aveva portato cultura e innovazione nell'intrattenimento cinematografico a Perugia.

Il progetto comincia a prendere forma anche grazie all'incontro con il direttore di Banca Etica e con Andrea Bernardoni; parlando con lui sviluppano un'idea di società, ragionano su business plan e fondi comunitari e in seguito costituiscono un'impresa sociale cooperativa. Partendo da un capitale iniziale molto basso, allo scopo di poter richiedere alcuni finanziamenti, decidono di raccogliere dei fondi tramite l'organizzazione di un crowdfunding sui generis. Non volendo appoggiarsi alle tradizionali piattaforme online utilizzate per questo tipo di raccolta fondi, scelgono di puntare su un approccio diretto e più coinvolgente nei confronti della comunità; aprono quindi un piccolo ufficio su strada nei locali del cinema e lì ricevono tutte le offerte dei futuri soci sostenitori e li accolgono presentando loro il progetto e accompagnandoli nella visita di quello che sarà il cinema per i successivi cinque mesi, cioè la durata dei lavori.

La notizia positiva, come ci racconta Caldarelli, è che “la città ha risposto”.
Infatti in questo modo si è creato una sorta di azionariato diffuso, ottenendo, oltre al raggiungimento della somma necessaria, altri vantaggi. Da una parte la fidelizzazione dei sostenitori nella fase iniziale e il loro coinvolgimento in una forma giuridica con un profilo meno autoreferenziale (tutti i soci devono essere sempre invitati alle assemblee periodiche) e più trasparente, con una finalità collettiva. Dall'altra le quote versate dai soci sostenitori sono andate ad accrescere il capitale sociale, con un effetto moltiplicatore per i prestiti ricevuti dagli istituti di credito.

Il PostModernissimo ha quindi adottato una campagna di comunicazione non convenzionale, che è riuscita a diventare virale e ad arrivare a quanta più gente possibile puntando sull'intento, dal forte valore emotivo, di ridare vita a un cinema che in passato era stato un punto di riferimento per la città. Fondamentali a tal riguardo, sono stati i contributi di Daniele Pampanelli (graphic designer), Matteo Boschi (sviluppatore di siti), Michele Bellucci (ufficio stampa), Laura Fiorucci (marketing territoriale) e del quarto socio fondatore, la “bestia da social” Andrea Frenguelli.

 

I quattro amici riescono così a realizzare il loro sogno: aprire il primo cinema partecipato di Perugia e anche uno dei primi d'Italia, una sala in centro che non è solo un cinema ma un punto di riferimento per la vita culturale della città. I ragazzi – tutti tra i 32 e i 36 anni - sono riusciti a creare un nuovo bisogno, quello di muoversi per andare al cinema non soltanto allo scopo di vedere un film, ma anche solo per fare due chiacchiere: un cinema per giovani gestito da giovani. L'incontro è stato molto stimolante e interessante, tutti gli attori intervenuti ci hanno offerto i loro consigli e illustrato la loro visione, per noi inedita, di Officine Fratti, spingendoci a chiarire quali sono i nostri bisogni e obiettivi e fare in modo che OF non sia solo un contenitore di otto imprese diverse, ma esso stesso un luogo significativo e partecipato per la nostra comunità.

di Elisa Fiandrini e Claudia La Grassa


Perugia e l’artigianato 3.0 – Maria Antonietta Taticchi

In via dei Priori, di recente, il tempo sembra essere passato in fretta. Perlomeno per chi ci capita una volta ogni tanto: nel giro di una manciata d’anni questa strada così cruciale nell’economia dell’intero centro storico di Perugia ha cambiato pelle. Più negozi, più movimento alla luce del sole, meno giri loschi. Buona parte del merito è senza dubbio dell’associazione di quartiere Priori e degli esercenti, con in testa Maria Antonietta Taticchi, che con le sue ceramiche è qui da una vita o quasi, e che nel 2009, dopo un incontro deludente con l’amministrazione comunale, decise insieme a una decina di altri artigiani dell’acropoli di fondare una sorta di consorzio per portare avanti le istanze comuni. ArtiCity è nato così, e otto anni più tardi è ancora un punto di riferimento per gli operatori del settore.

Percorsi guidati nei laboratori, comunicazione integrata, iniziative promozionali in alcune grandi manifestazioni culturali cittadine.

E un sito internet tradotto in inglese e parzialmente in russo che prova a essere più di una semplice vetrina per le botteghe di artigianato artistico raggruppate sotto il marchio ArtiCity. Cuoio, vetro, tessuti, ricami, legno, ceramica: materiali e saperi vecchi quanto molti degli edifici che compongono il saliscendi continuo della città.

“L’immagine storica dell’artigiano è quella di una persona, spesso un uomo, dai lineamenti medievali e duri, che lavora chino nella sua bottega e vive esclusivamente per il suo lavoro e per la realizzazione della sua arte. Un’immagine stereotipata, che non rispecchia lo stato attuale delle cose”, dice Maria Antonietta Taticchi. La sua è una storia fatta di passione e amore per l’arte e l’artigianato. Anni di approfonditi studi, di gavetta, di investimenti, specializzazioni, di ricerca e innovazione sono stati la base e il combustibile della sua impresa.

Ascoltandola appare chiaro come l’artigianato artistico dovrebbe essere una priorità per l’economia di una città come Perugia. “Molti perugini tutt’ora non sanno che esistiamo. E nel 2009, quando è nata ArtiCity, era ancora peggio”. Le associazioni di categoria canoniche d’altronde hanno sempre investito su altre professioni artigiane, che hanno numeri alti, e un peso molto maggiore. Riuscire a mettere insieme gli artigiani perugini sembrava peraltro una sfida impossibile. È questa stessa città a raccontare i suoi abitanti come schivi, chiusi, poco accoglienti e propensi a unire le forze in nome di benefici comuni. Ma evidentemente, e per altri versi lo dimostra anche il fiorire dell’associazionismo nell’ultimo lustro, si tratta di un luogo comune scardinabile.

Le difficoltà restano comunque tante. Perché il mercato dell’artigianato artistico, a Perugia, non è così florido. “È la passione che ci guida. Ma il volume d’affari è piuttosto basso”. La Taticchi si sofferma sul senso primordiale, sull’idea stessa di manufatto artistico.

“Fatico a capire perché la gente non accetti l’idea di spendere qualche soldo in più per oggetti unici, di un valore intrinseco e incontestabile, a fronte dei mille acquisti usa e getta che fa ogni giorno”.

I suoi clienti sono perugini e turisti, “non chiedetemi percentuali, perché non li conto”, molta gente torna da lei a distanza di anni e questo, spiega, è forse il conforto maggiore. Di sicuro la nuova frontiera è l’e-commerce, è la comunicazione on-line, è Facebook, anche. “Nel sito di ArtiCity non si trovano i prodotti in vendita. Per quello si rimanda ai siti individuali, dove, chi più chi meno, ci stiamo attrezzando. Ma sui social network ci stiamo dando da fare, anche grazie al sostegno dei ragazzi dell’università, che vengono da noi a fare le 150 ore”. È stato un successo anche solo far passare l’idea, tra molti artigiani, dell’importanza di prendere confidenza con le nuove tecnologie. Con la rete, col computer. Gli studenti per lo più gestiscono i profili social e i siti, fanno da tramite con una realtà che corre sempre più in fretta.

C’è poi una storia recente che è un caso di scuola. Si tratta di un progetto Erasmus+ nato dal connubio tra imprenditoria artigiana e innovazione, che ha come obiettivo quello di portare l’artigiano nel futuro assicurandogli un consistente bagaglio di competenze. Tramite l’utilizzo di piattaforme on-line, l’aspirante artigiano artistico avrà a disposizione una formazione su più livelli. La storia dell’arte della ceramica, la lavorazione del cuoio e del tessuto, la progettazione di un prodotto di qualità, i trucchi per comunicare il proprio lavoro e inserirsi nel mercato reale e nella share economy: il pacchetto del progetto, ideato da ArtiCity e dal giovane ingegnere esperto di stampanti 3D Giacomo Benedetti, è questo. “Non deve più passare l’idea che per fare l’artigiano non serva altro che un po’ di buona volontà. Acquisire competenze è fondamentale. Serve studiare, prima di tutto, elaborare un progetto proprio, sviluppare capacità tecniche”.

Intanto un altro scopo che Maria Antonietta Taticchi si era posta anni fa, quello di contribuire a far rivivere via dei Priori, sembra raggiunto. Grazie all’associazione Priori di cui è presidentessa, infatti, molti locali rimasti sfitti per parecchio tempo sono adesso diventati sedi di laboratori ed esercizi commerciali, spesso anche di esposizioni temporanee. L’associazione ha fatto da tramite, da garante. “Con alcuni proprietari degli immobili non è stato possibile trattare, altri hanno capito che ridar vita a quegli spazi, al di là del ritorno economico immediato, sarebbe stata un’iniezione positiva per tutto il quartiere”.