Giulio Rosi -
Agraft

La storia di Vezio Alunni ha un sapore antico. Giulio Rosi la racconta come se gli appartenesse nel modo in cui ciascuno di noi appartiene allo spirito della propria terra. Una questione di genius loci. “Vezio viveva vicino a casa mia. Era un ebanista eccezionale, e ha lasciato moltissime opere incompiute”. Poi c’è il sangue, la discendenza diretta. Giulio e il nonno, che abitavano proprio nella stessa casa. “Io sopra, lui di sotto. Ho trascorso la mia infanzia nel suo laboratorio di falegnameria. Ho sempre amato l’idea di poter costruire cose con le mie mani. Il legno più di tutto”. Giulio è nato e cresciuto in un paese a pochi chilometri da Perugia. Piccione ha un nome curioso e una collocazione cruciale, perché qui si incontrano le strade che portano a Gubbio e verso Est. “Adesso sono pronto per andare a vivere in città. Questa dimensione comincia a starmi un po’ stretta”. Giulio, peraltro, a dispetto della lunga barba castana è molto giovane. Nemmeno ventisette anni, e già un ottimo posto di lavoro da ingegnere in una delle aziende più in salute del territorio. “Mi sono laureato un anno fa, e a gennaio già lavoravo. Ma ho sempre continuato ad avere in testa il mio progetto su Alunni”.

Si chiama Agraft: cultural and manufacturing heritage, e si tratta dell’evoluzione di un altro progetto con cui Giulio ha vinto il Creativity Camp dell’Aur nel 2015. “Un’ibridazione tra passato e presente. In concreto, progetto applicazioni di ottone per i vecchi lavori di Vezio Alunni. Ci sono più di duecento tavoli, una cinquantina di sedie, e altri elementi per tromò e librerie da integrare con i miei inserti”.

Queste applicazioni, spiega, nascono da algoritmi generativi, che consentono di controllare al meglio forme e misure. E quando il lascito di Alunni si esaurirà? “Avrò due strade. O cercherò altri semi-lavorati di altri artigiani oppure creerò una linea mia”. Il concetto di uomo-artigiano, per Giulio, è fondamentale. “Sì, mi piace l’idea di un uomo che sa fare più cose, che sa fare tutto. Mentre si sta esasperando la tendenza alla settorializzazione. Mio nonno faceva il falegname, aggiustava trattori, costruiva botti. Vorrei recuperare quell’attitudine anche per me”. Sebbene l’aspetto produttivo dell’attività, nelle sue intenzioni, non gli toccherà mai. “No, io mi limito e mi limiterò al progetto. Avrò bisogno di bravi carpentieri, capaci di lavorare di fino e con grande cura. Finora da queste parti non ne ho trovati. Bisogna andare al Nord, anche se già a Foiano della Chiana la musica comincia a cambiare. L’Umbria da questo punto di vista mi sembra molto indietro”.

A Officine Fratti Giulio immagina il suo atelier, magari una xiloteca. “Potrò al massimo venire a dare la cera a qualche tavolo. Per il resto lavorerò al pc, e farò pubbliche relazioni”. L’aspetto commerciale dovrà svilupparsi soprattutto on-line. “E per la promozione conto molto sullo staff di Officine Fratti. Mentre su come portare avanti l’impresa ho le idee piuttosto chiare”. Di sicuro, dice Giulio, il mercato da attaccare è quello dell’artigianato di lusso. “I miei saranno pezzi unici, e so che dovrò insistere particolarmente sul racconto del contesto, della storia, dell’incontro tra tradizione e nuove tecnologie. Spingendo soprattutto all’estero”. Un luogo chiave del suo progetto, peraltro, è l’Abbazia di Montelabate, poco lontano da casa, dove suo nonno rimetteva in sesto i motori dei trattori. C’è una dimensione mistica, in queste colline luminose, che Giulio non vuol perdere. “E infatti vorrei proporre la mia produzione a Cucinelli. Esiste Armani-arredamento, perché non potrebbe esistere un Cucinelli-arredamento? Dopotutto nelle nostre retoriche trovo un’affinità evidente, e il target dei clienti credo sia un po’ lo stesso. Ci proverò”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]


Eleonora Lippi - Ta Petite Tideland

Una laurea in Statistica, la danza, l’ago e il filo, i bambini. Ordine e creatività. Eleonora Lippi è giovane, ma a sentirla parlare sembra aver vissuto i suoi trentadue anni con un’intensità e una consapevolezza fuori dal comune. A Officine Fratti arriva nel mezzo di un percorso già solido, con idee, esperienza, preparazione. Da Foligno a Perugia, da una casa in cui i suoi giochi per bambini non entrano quasi più allo spazio che potrebbe dare la svolta decisiva alla sua attività.

“Fare le cose a mano mi rilassa. Mi piace vedere prendere forma il frutto del mio lavoro”, dice. È stato così sempre, ma da quando sua madre, cinque anni fa, le ha regalato una macchina per cucire le cose hanno preso una piega diversa. A quel tempo Eleonora lavorava ancora in una grande azienda di San Sepolcro, faceva un lavoro da statistica, perché la sua formazione era quella, un lavoro che avrebbe lasciato non molto dopo: “Mi sono serviti sette anni per capire che non faceva per me. Ma ora sono qui”. Qui a parlare di un progetto già molto ben strutturato. Si chiama Ta Petite, “perché io sono piccola dentro, perché quel che faccio ha a che fare coi bambini, perché suona come una coccola”, l’ha messo in piedi nel giro di un’estate, quella di tre anni fa. Prima cuciva già, e già creava dal nulla pupazzi, cappelli, vestiti, ma era quasi solo un gioco. “Poi mi sono presa una vacanza lontano da tutti, da sola. E ho deciso di provarci sul serio”.


Si è fatta il sito da sola, si è aperta un negozio on-line e ha avviato la sua produzione. Ancora pupazzi, ma anche, e soprattutto, giochi didattici, dai libri tattili ai giocattoli per la crescita cognitiva. “Ho studiato molto. Pedagogia, a partire dal metodo Montessori, e poi tanto Munari”. Ed è su questo versante che vorrebbe concentrare il suo lavoro a Officine Fratti. Va bene l’atelier, “perché lavorare in casa alla lunga è pesante, rischi di non alzare la testa per dodici ore o di distrarti in continuazione”, ma l’idea nuova sono i laboratori didattici. “Mi rendo conto che i miei clienti tengono molto alla personalizzazione dei giocattoli. E allora ho pensato di proporgli di costruirli insieme. Io e loro”. Il target di riferimento, nelle sue intenzioni, sarà eterogeneo: corsi per soli adulti, per soli bambini o per gli uni e gli altri insieme.  

Per ora, spiega, gli affari vanno abbastanza bene. Anche se non le garantiscono un reddito sufficiente alla sussistenza. Ma per quello c’è anche la danza, con la sua compagnia che ogni tanto la porta in giro per il mondo. Per i giocattoli adopera un tessuto organico certificato, realizzato con processi produttivi sostenibili anche socialmente, e come è ovvio Eleonora non finisce mai di aggiungere nuove idee. “Vado per mercatini, ed è lì che incontrando di persona i miei clienti mi rendo conto di quali sono le loro aspettative. E poi c’è il confronto con gli altri artigiani e venditori, che è costante e molto stimolante”. Officine Fratti, da questo punto di vista, sarà un’occasione in più.

“Sì, io credo molto nella collaborazione. Sono certa che nasceranno cose bellissime. Ho già delle idee, ma per ora me le tengo per me”. Nella sua testa, dice, “Officine Fratti sarà sempre pieno di gente”.

E magari, a parte i laboratori e lo spazio per il lavoro vero e proprio, quest’avventura potrà tornarle utile anche su un altro piano. Quello della promozione on-line. “Sono presente in tutti i principali social. È fondamentale, ma anche faticoso. Chi lavora in proprio spesso è costretto a fare tutto da solo, ma se qualcuno potesse offrire un supporto sarebbe fantastico”. Intanto si tratta di ragionare insieme agli altri sugli spazi individuali e su quelli comuni. Eleonora, al pensiero di cominciare, è raggiante. “Vorrei coinvolgere anche gli abitanti del condominio, quelli del quartiere. Le potenzialità di questo posto sono enormi”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]

 


Lorenzo Curti - Vintage Rust

“La mamma mi dice sempre che c’ho i raggi sulla testa”. Il sorriso di Lorenzo Curti è contagioso. Parla di biciclette con amore ma senza l’ombra di fanatismo, parla del suo progetto con pudore ma allo stesso tempo con grande convinzione. Vintage Rust, ovvero come restaurare una bicicletta vecchia, anzi molto vecchia, rispettando fedelmente la sua storia e la sua identità. “Tre anni fa ho visto la bici del bisnonno appesa nel garage. Era una Learco Guerra. L’ho tirata giù e ho cominciato a smontarla”. Poi, al momento di riassemblare i pezzi, Lorenzo ha dovuto rimboccarsi le maniche sul serio. Cercando qua e là nel Web, innanzitutto, e poi chiedendo aiuto a un vicino di casa, meccanico da una vita. “Ha sessantacinque anni, ed è un mio amico. All’inizio è stato fondamentale, ed è ancora prezioso”.

All’inizio quella Learco Guerra del bisnonno ha richiesto un sacco di tempo. “Per sistemarla c’ho messo sei mesi. Poi con le altre è andata molto più liscia”. In meno di tre anni Lorenzo ha rimesso a nuovo una ventina di biciclette. Quelle degli amici, o degli amici degli amici, “perché tutti, anche a Perugia, hanno una bici in cantina o nel garage”, e poi quelle che ha cominciato a cercare in giro. “Cerco di comprarle a poco. Poi ci lavoro e le rivendo on-line”. Lorenzo ha un sito, è presente sui social, le sue bici per ora le ha vendute su Subito.it, magari sbarcherà anche su e-bay, o si farà un negozio on-line. “In prospettiva credo che dovrò lavorare soprattutto così. Sarebbe bello farlo su commissione, così il rischio non c’è. Ma mi pare difficile. Dovrò investire, sperando di riuscire a farmi pagare di più di quanto non faccia finora”. Il margine di guadagno, al momento, infatti è basso. “Considerando un 40% di spese vive, mi rimane troppo poco”.

 

Poco male, perché a ventisette anni Lorenzo vive ancora coi suoi, ai piedi del borgo di Solomeo, e soprattutto un mestiere ce l’ha già. “Faccio il geometra, per conto mio, anche se collaboro con altri studi. E il lavoro c’è, non mi lamento”. Restaurare una bicicletta è come restaurare un’abitazione? “Non c’avevo mai pensato. Però sì, in fondo è vero. Non puoi fare tutto da solo: ti serve un carrozziere, un grafico, a volte un meccanico esperto”. Come Giancarlo Calzoni, il vicino di casa. “Ci chiamiamo ‘soci’, Vintage Rust è anche lui. Anche se ormai il grosso riesco a farlo da solo. Giancarlo rimane però un punto di riferimento importante. Gli faccio vedere sempre il prodotto finito per sentire che ne pensa”.

E a guardare il prodotto finito ci si mette anche lui, di notte, quando porta le bici tirate a lucido nel soggiorno. “Mi ci addormento, a guardarle”. A Officine Fratti pensa come a una vetrina, soprattutto. “La prima fase del mio lavoro, anche volendo, non potrei mai farla qui. Ci sono dei procedimenti inadatti allo spazio: uso materiali tossici, si fa un sacco di polvere, di sporco. Ma già l’assemblaggio si potrebbe fare”. E comunque, spiega, il vero valore aggiunto se lo aspetta dall’aspetto promozionale.

“La risonanza di Officine Fratti, quel che potrà fare il Comune, i canali on-line che verranno attivati o potenziati”. Già la formazione di base, assicura, gli ha “ribaltato il cervello”.

Lorenzo è convinto che Vintage Rust possa diventare un’impresa vera. Di concorrenza, nei dintorni, non ne vede, e a girare per le CicloStoriche su e giù per l’Italia, soprattutto tra Toscana ed Emilia-Romagna, gli è chiaro che un mercato di riferimento esiste eccome. “Dovrò essere bravo a creare nella gente un’esigenza”, dice. Ha già imparato bene la lezione.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]


Elisa Pietrelli - Art for Souvenir

Elisa sfoglia una rivista in attesa di un dettaglio. Un frammento che, dice lei, le provochi “uno shock emotivo”. Non può trattarsi di una rivista qualsiasi, serve una certa carta, una certa qualità della stampa, servono certi colori. Giorno dopo giorno Elisa accumula questi frammenti, e poi arriva il momento di apparecchiarli su una tela o qualche altro supporto, dove pian piano ognuno trova il proprio posto nel mondo, o perlomeno nel piccolo mondo concepito lì per lì da lei. Le figure prendono forma, un po’ misteriosamente, perché l’arte è misteriosa, ed Elisa Pietrelli è probabilmente l’unica, qua dentro, che sul concetto di arte non si fa problemi a insistere.

 

D’altronde la sua formazione superiore è cominciata proprio con l’Istituto d’Arte di Terni, poi è venuta la triennale in pittura all’Accademia di Belle Arti di Perugia, quindi la specialistica in Grafica d’arte, e cioè incisione, a quella di Urbino. E ancora i corsi e le residenze creative in giro per l’Italia, e le mostre, anche all’estero. Oggi Elisa vive a Sigillo, ai piedi di Monte Cucco, e a Officine Fratti ha portato un progetto che partendo dalle sue opere dovrà arrivare al commercio al dettaglio che più turistico non si può. Dai collage ai souvenir. “Senza fretta”, dice lei, perché ogni impresa ha bisogno del proprio passo.

L’idea viene da Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, nomi di punta dell’arte contemporanea italiana, che qualche anno fa hanno creato una collezione di tazze, piatti e tovagliette ispirata al magazine «Toiletpaper». “Loro in realtà non li hanno immaginati come souvenir. Io però partendo da lì ho pensato a una linea di oggetti e accessori attraverso i quali reinterpretare la città. Di souvenir di Perugia ne esistono moltissimi, ma sono tutti molto classici. Io invece vorrei mettere in risalto degli elementi poco conosciuti”.

Fa l’esempio di Gubbio, dove durante il Servizio Civile al all’Informagiovani del Comune ha avuto modo di curare una guida alternativa della città: “Ho parlato di piazza Grande, ma anziché concentrarmi sul Palazzo dei Consoli, come sempre, ho spostato l’attenzione sulla pavimentazione, che è splendida e significativa anche se quasi nessuno le fa caso”. Discorso simile potrebbe essere applicato a Perugia e, qualora funzionasse, naturalmente a qualsiasi altro luogo. 

In pratica si tratterà di realizzare dei collage che poi verranno stampati in digitale su vari oggetti. “All’inizio vorrò fare un’indagine tra tutti i rivenditori di souvenir del centro storico, a cominciare dalle edicole, per capire quali cose potrebbero avere più mercato”. E poi via con la produzione. “Al momento ho stampato solo su alcuni vestiti. Ma ho in mente ben chiaro tutto il processo, e so dove potrò stampare cosa, e come farlo”.

A Officine Fratti, spiega Elisa, avrà finalmente uno spazio per esporre i suoi lavori. “Ma non credo di poterci fare i collage. Il mio, almeno in questa prima fase, non è artigianato, ma arte. E ho bisogno di stare da sola”. Potrebbero poi esserci dei laboratori per bambini, cosa che in passato ha già fatto, e soprattutto sarà importante la dimensione comune di questo luogo: “Me lo immagino, almeno in parte, come una scatola bianca, diversificabile volta per volta. Con persone che verranno a raccontare la loro esperienza e la loro storia, dibattiti, mostre. Questa sarà la parte più difficile, perché luoghi del genere esistono già. Dovremo esser bravi a renderlo unico, dargli un’identità definita. Servirà tempo, ma credo proprio che ce la faremo”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]


Ester Zampedri - Roompicapo

Un’ora per riuscire a uscire da una stanza risolvendo enigmi. L’idea di base di una escape-room bene o male è questa, e può essere declinata in mille modi diversi. Roba recente, una decina d’anni, nata in America e poi diffusasi gradualmente in tutto il mondo. Anche da noi, anche in Italia. Anche a Perugia, in un centro commerciale di periferia. Ma Ester Zampedri, una carriera universitaria in Lingue lasciata a metà “per noia” e un’altra in Fisica che invece l’appassiona parecchio, ne ha in mente un’altra, originale e irripetibile. E vorrebbe allestirla a Officine Fratti, magari tra le volte della cripta al piano di sotto. “Se gli altri sono d’accordo per me sarebbe ideale”, dice lei, e in effetti per il suo progetto uno spazio chiuso e ben delimitato serve come il pane.

Il giorno delle presentazioni individuali di fronte alla commissione, quando sono stati scelti gli otto borsisti, Ester si è presentata con una scatola chiusa con un lucchetto e una scritta col primo dei suoi rompicapi su una delle facce. Là dentro c’erano gli altri enigmi, rebus e giochi d’ogni tipo.

“Il gioco è quello che ci salva. O la vita sarebbe troppo seria, solo responsabilità, solo ansia”, sentenzia. E di sicuro il suo Room-Picapo, qua dentro, ha stregato un po’ tutti.

Nell’attività di Ester – e che condividerà con la socia Roberta Mencaroni – in realtà non ci sarà solo l’escape-room. Quello sarà il fulcro, e molto dipenderà anche dal tipo di contributi extra-borsa lavoro di cui, come gli altri sette ragazzi, potrà godere. “Di sicuro le spese di base non sono comunque tantissime. A parte l’arredamento vero e proprio della stanza c’è poco”. Il suo sarà soprattutto un lavoro di cervello. E come detto si concentrerà anche su altro. A partire da quello che al momento è il business su cui si è cimentata, e con un certo successo, negli ultimi tempi: le serate dedicate all’enigmistica nei locali. “Da un anno abbiamo una serata settimanale in un pub di Perugia (il Dollaro, ndr), e funziona molto bene”. I clienti si siedono al tavolo, e anziché buttarsi sul karaoke si organizzano in squadre e si sfidano. Poi Ester e Roberta vorrebbero imbastire collaborazioni con delle scuole: “Elementari e medie. Credo che a qualche insegnante potrebbe tornare utile integrare i metodi canonici con qualcuno dei nostri giochi”. E ancora le cene con delitto, e soprattutto iniziative da mettere in piedi insieme agli enti locali, dalle caccie al tesoro nei centri storici in là. “Dal punto di vista del rapporto con i soggetti pubblici immagino che Officine Fratti potrebbe essere un volano importante”, dice Ester.

L’altro sostegno che si aspetta è sulla comunicazione. “On-line e non solo. Al momento non abbiamo un sito, non siamo nemmeno su Facebook, fatta salva la pagina della serata che facciamo al locale”. E poi, certo, magari il cammino di Room-picapo finirà per incrociarsi con quelli degli altri borsisti. “Ma sì. Di sicuro con Giuseppe e le sue stampanti 3d, per esempio. Ma a ben vedere potenzialmente ci sono i margini per lavorare con tutti, anche con chi realizza borse o rimette a nuovo vecchie biciclette”.

I conti sulla sostenibilità del loro progetto le ragazze li hanno fatti, ma per ora non è semplice individuare un break even point. Le variabili sono tante, e gli studi di mercato sul mondo dell’escapismo ludico ancora pochi. “Soprattutto in Italia c’è un’esperienza molto limitata. Per quanto riguarda la stanza potremmo dire che con quattro comitive a settimana, finché non c’è un affitto da pagare, riusciremmo a reggere. Però è ancora presto. Finché non cominciamo non ce ne renderemo conto davvero. E io non vedo l’ora”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]


Claudia La Grassa - La mia passione per i pezzi unici

Dai cassetti delle vecchie mercerie di Palermo possono saltar fuori oggetti inimmaginabili. Bottoni, piccoli accessori, di tutto. Claudia La Grassa una volta al mese se li va a cercare con pazienza, un negozio dopo l’altro, e se ne torna nella sua casa di Trapani con un bagaglio pieno delle cose che renderanno le sue borse uniche e irripetibili. “A un anno già disegnavo”, dice lei, ma la vera soddisfazione ormai gliela dà vedere prendere forma la sue borse. Dopo gli anni passati allo Ied di Roma a studiare fashion design, dopo le prime esperienze nella progettazione di moda, l’ideazione delle prime collezioni, Claudia ha imparato a cucire, e ha scoperto che ciò che le piaceva più di ogni altra cosa era quello. Lavorare con le proprie mani, realizzare vestiti e borse. Partendo dalla pelle, a cui ha cominciato presto ad aggiungere un’infinità di applicazioni.

“La prima borsa l’ho fatta su richiesta di un’amica”, spiega. “È stato quasi un gioco. Poi pian piano ho cominciato a prenderla sul serio”.

Riempiendo le sue borse di pezzi di vite passate, la sua e quelle di chissà chi altro. Bottoni, frammenti di giocattoli, fondi di magazzino. “Dal 2014 in qua è stato un crescendo. Prima ho disegnato il logo, poi ho aperto una pagina Facebook, poi un negozio on-line su Etsy.com, quindi sono venuti i mercatini”. Il difficile, come per molti creativi, non poteva che arrivare al momento di strutturare un’idea di impresa. “Non avevo alcuna esperienza in merito, né ce l’aveva mai avuta nessuno in famiglia”. Ecco che il bando di Officine Fratti è quindi capitato come un toccasana. Claudia è convinta che quest’esperienza le servirà a molto. Anche a individuare il target ideale per le sue borse, forse. “In effetti non ce l’ho bene in testa. So che per il momento vendo soprattutto per passaparola, e che la loro collocazione sul mercato è complicata. Essendo fatte a mano sono inevitabilmente abbastanza costose, stanno su una fascia medio-alta, lontane dai prodotti seriali di catena ma anche da quelli di lusso”.

 Poi c’è l’aspetto più immediato, quello del co-working. “Sono molto contenta che siano finite negli otto anche Eleonora ed Elisa Fiandrini, cucire in tre è molto meglio che cucire da sola nel proprio laboratorio domestico”. E poi da Officine Fratti si aspetta visibilità. “La gente potrà venire a vedere le borse o a commissionarmele di persona, questo posto me lo immagino sempre pieno di persone, di eventi, di workshop”. Senza trascurare l’elemento puramente logistico. “Vivere in Centro Italia mi consentirà di partecipare a molti più mercatini, sia nei dintorni che al Nord. Muoversi dalla Sicilia è proibitivo”.

E Perugia? “Mi è piaciuta tantissimo. L’avevo vista di sfuggita nel 1995, a dodici anni, coi miei. Mi ricordavo solo la Rocca Paolina e le scale mobili. Adesso ho trovato una città bellissima, che mi fa sempre pensare a Erice o ai quartieri gotici di Barcellona e Amsterdam, e vivace. Anche solo camminare per strada e riempirsi gli occhi di una bellezza così è fantastico”. Claudia, quindi, vivrà in centro. “Sì, ho già preso casa vicino a Porta Pesa. Così sarò anche vicina a via della Viola, che è un posto meraviglioso, pieno di attività culturali dal basso. In queste settimane mi è parso che molti perugini non riescano nemmeno a rendersi conto di questa ricchezza”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]

 


Giuseppe Agostinelli - MeetNet

La stampante 3d di Giuseppe Agostinelli è una delle grandi attrazioni di Officine Fratti. Chiunque starebbe ore a sentirsi raccontare come funziona, cosa può fare, dove può arrivare, a cosa serve. Giuseppe poi è il cucciolo della compagnia, diciannove anni e l’aria scanzonata di chi non sa bene dove mettere tutte le idee che gli spuntano continuamente in testa. Anche per questo la sua storia viaggia su una dimensione temporale a sé rispetto a quelle degli altri. Da Montecchio a Orvieto per il liceo scientifico, e poi a Perugia per l’università. Facoltà di Fisica, iniziata un anno fa. Quando parla di come è nata la sua passione per le stampanti 3d e l’Open Source parla in realtà dell’altro ieri: “Avevo tredici anni, sono partito da Linux e mi sono lasciato affascinare dall’idea della condivisione gratuita della conoscenza. Sono venuto a sapere delle stampanti, e ho comprato una schedina elettronica, che di una stampante è il cuore”. Poi però più niente fino al terzo liceo. “Quando ho deciso di comprare gli altri pezzi necessari per costruire una macchina Prusa, una delle più elementari. L’ho fatta in legno, ed è stato facile, perché in Rete si trovano tutte le istruzioni. Come montare un mobile dell’Ikea”.

Il primo oggetto che ha realizzato è stato un cubo di venti millimetri per venti, “come tutti”, poi nel tempo sarebbero arrivati quelli più complessi, dai portapenne in là:

“La mia stampante adotta una meccanica cartesiana, per cui produce solo cose squadrate”. Adesso Giuseppe vorrebbe assemblarne un’altra, di alluminio, più precisa, migliore. Ma a Officine Fratti non farà questo. O non solo. “Io vorrei creare uno spazio dedicato all’Open Source, coinvolgendo soprattutto studenti delle facoltà scientifiche. L’idea è quella di partire dalle stampanti, investendo un po’ dei soldi della borsa in tre macchine da mettere a disposizione di tutti. Sarà un modo per conoscere gente con cui elaborare progetti nuovi legati all’Open Source, dal riciclo al bio-medicale”.

Giuseppe, da parte sua, sta già lavorando a un macchinario per riciclare e lavorare la plastica che migliori la logica di Precious Plastic, un complesso che consta di quattro dispositivi diversi. “Io dovrei riuscire a far fare tutto a una sola macchina, dalla triturazione alla fusione. In parte mi servirà anche per produrre le bobine di filo per le stampanti”. Sì, perché le stampanti 3d si avvalgono di un filo di plastica che srotolano, fondono e poi usano come un inchiostro solido da plasmare su tre dimensioni. Chi lo sapeva alzi la mano. 

Ma cosa c’è, dell’Open Source, che lo convince così tanto? “Trovo che sia fantastico che un ragazzino di sedici anni, con pochissime competenze, sia riuscito a realizzare una stampante 3d grazie a qualcuno che aveva deciso di condividere gratuitamente le proprie conoscenze col resto del mondo”. E poi c’è stato il sano bisogno di farsi una coscienza civica e in qualche misura politica. “A diciotto anni, al momento di votare per il Referendum sulle trivelle, ho cominciato a informarmi un po’. Era il mio primo voto, sentivo una grande responsabilità. Mi è capitato per le mani questo e-book, intitolato Laudato sì, trivelle no (Aracne Editrice, a cura di Cetri-Tires, ndr), pure quello open source, in cui ho ritrovato molti pensieri che avevo già in testa, seppure in forma molto più rozza. Ho conosciuto l’economista Jeremy Rifkin, è stata un’illuminazione”.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]


Elisa Fiandrini - La Penny's APP

Nove mesi in viaggio tra India e Sud-Est asiatico per rafforzare una convinzione maturata in anni di lavoro tra le mura di un’azienda dove forse non c’erano più grandi passi in avanti da fare. Lei, il suo ragazzo, posti belli e complicati da scoprire, donne e uomini da incontrare, storie da portarsi dietro fino a casa, e per sempre. Dopo l’Istituto d’Arte, dopo una laurea breve in Scienze tecnologiche della produzione artistica, dopo la lunga esperienza in un’impresa che le ha permesso di imparare molto dell’arte della sartoria, Elisa Fiandrini ha deciso di mollare tutto e partire. Insieme all’uomo che le stava al fianco, spiega, si è imbarcata su un aereo che l’ha portata lontano, dove tutto era diverso da qui. È dove ho imparato la differenza tra un viaggio e una vacanza: sta tutta nel tempo”.

Sembra elementare, ma forse non lo è così tanto. “Abbiamo vissuto appieno i luoghi in cui siamo stati. Abbiamo visto come li viveva la gente che c’era nata e cresciuta”. Hanno fatto volontariato in un rifugio per animali in Vietnam tra cani e muli e galline, e poi in una fattoria nepalese, si sono fermati quando ne hanno sentito la necessità, hanno tirato dritti quando c’era da tirar dritti.

 Nella città di Hội An, Vietnam centrale, Elisa si è ritrovata in mezzo a un’infinità di sarti. “I turisti entravano nei laboratori, si facevano prendere le misure e tornavano dopo tre o quattro giorni per ritirare gli abiti. Vestiti splendidi, a costi che per un occidentale erano stracciati”. Vestiti su misura, un’idea vecchia quanto il mondo, eppure a suo modo rivoluzionaria. Specie se applicata alle nuove tecnologie. “Da quei sarti ho preso ispirazione non solo per i tessuti e le linee, ma proprio per questo. Avevo lasciato l’Italia pensando che al mio ritorno avrei messo in piedi un’attività imprenditoriale, e quando sono tornata avevo chiaro come doveva essere”. Un’attività fondata sul principio per cui le misure si possono prendere anche da lontano. “Ho immaginato una app: il cliente entra, sceglie i tessuti, sceglie i colori, sceglie le combinazioni, e con l’aiuto di video-tutorial è in grado di fornire le misure esatte necessarie per realizzare i vestiti”. A chi è cresciuto qualche tempo fa verrebbe in mente una sorta di Gira la moda 3.0, “e infatti più o meno è proprio così”.

 

L’incontro con Officine Fratti, le prime ore di formazione, sono già stati fondamentali per correggere un po’ il tiro.

“Forse è bene partire da un sito, e sviluppare l’app solo in un secondo momento”. Nei progetti di Elisa non c’è necessariamente l’obiettivo di spostare il laboratorio negli spazi di via Fratti. “Se potessi forse terrei i miei due macchinari nell’angolo che mi sono ricavata a casa dei miei, a San Mariano di Corciano. Se arrivassero altri contributi per beni strumentali potrei comprarci altre macchine e piazzarle qui”.

Ma al momento è prematuro. Di sicuro il centro storico sarà una vetrina eccezionale. “Mi devo far conoscere, e qui passerà molta gente”. E per farsi conoscere Elisa ha già lanciato sui social network il suo brand: La Penny. “Ma sulla promozione c’è ancora moltissimo da fare. E proprio su quest’aspetto mi aspetto molto da Officine Fratti. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti nella comunicazione, nel marketing, nella gestione degli aspetti organizzativi del lavoro. Ho lavorato per sette anni come dipendente, il passaggio all’attività di impresa è duro, complicato”.

Di sicuro Elisa ha già chiaro quanto bene le farà la convivenza con gli altri borsisti. “I punti di contatto con qualcuno sono evidenti. E più in generale sono certa che stare nello stesso posto tutti i giorni sarà un modo per ampliare i nostri orizzonti”. L’importante è che Officine Fratti diventi “un luogo movimentato. Me lo immagino pieno di eventi, di gente, magari a fasi alterne, in base alle idee e alle esigenze”. Sarà un altro viaggio, in fondo. Forse meno esotico, ma potenzialmente in grado di dare un’impronta decisiva al suo futuro.

" order_by="sortorder" order_direction="ASC" returns="included" maximum_entity_count="500"]